Perché è terremoto nell’urna? Perché gli elettori si sentono oppressi dall’identità “infelice” di quest’Ue senz’anima

11 Giu 2024 9:15 - di Aldo Di Lello

Perché la destra avanza in tutta Europa al punto da creare un terremoto politico a Parigi e un pre-terremoto (o quasi terremoto) nella Berlino del grigio Olaf Scholz? Il motivo è semplice: gli europei sono infelici. Ed è sempre da qui, dal senso di disagio che matura contemporaneamente, lentamente (ma inesorabilmente),  in milioni e milioni di coscienze che scaturisce l’atmosfera psico-sociale adatta  ai cambiamenti storici.

Come sarebbe a dire infelici? Non viviamo forse nella migliore delle Europe possibili, l’Europa che si fonda sulla “religione” dei diritti umani, l’Europa che combatte ogni discriminazione di genere, etnia e orientamento sessuale,  l’Europa guidata da élite illuminate  in nome dei sani princìpi dell’austerità di bilancio, della transizione green, della lotta all’inflazione? Gli editorialisti di punta del pensiero “mainstream” non si capacitano. Ezio Mauro, tanto per citarne uno, scrive su “la Repubblica” di lunedì 10 giugno che in questa «carica antisistema» che tracima dall’urna si incontrano l’«antica riluttanza democratica delle destre e la nuova diffidenza gnostica dei populisti di ogni colore», tutta gente che non si riconosce in «nessuna religione civile» e che rifiuta il «canone europeo occidentale basato sullo stato di diritto, sulla democrazia liberale».

Sono esorcismi che rassicurano. Ma che impediscono di vedere la realtà. Che invece è bella evidente come la “lettera” del celebre racconto di Edgar Allan Poe, che tutti cercano affannosamente senza accorgersi che è sulla scrivania, visibile a tutti: quest’Europa produce infelicità perché è un’entità fredda e astratta, lontana dalla vita e dai sentimenti delle persone, una costrizione che impone obblighi e restrizioni di cui molti non intendono il senso. Restrizioni e spese, come l’obbligo di raggiungere l’efficientamento energetico delle case oppure di convertirsi prima o poi alle auto elettriche.

Questa Europa vorrebbe che gli europei abbandonassero il senso di appartenenza allo Stato nazionale in un nome di un federalismo che continua a rimanere solo nella carta del Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. E gli europei continuano invece a essere attaccati ai loro Stati e alle loro nazioni perché non saprebbero, nel concreto, come riconoscersi, come agire insieme, come praticare la democrazia.

Non c’è democrazia senza Stato nazionale. La democrazia cosmopolitica non esiste, a dispetto degli ideologi al servizio delle tecnocrazie Ue. Ernesto Galli della Loggia, che è tra gli autori che sono invece riusciti a scorgere la famosa lettera sulla scrivania, ha osservato, in un bell’editoriale uscito nei giorni scorsi sul “Corriere della Sera”, che l’«idea di sovranità popolare è impensabile senza l’idea di sovranità nazionale». Lo studioso ritiene che l’europeismo ha «commesso un errore» quando ha «creduto che la migliore giustificazione alla propria ragion d’essere consistesse nel proclamare l’inattualità e quasi la superfluità dello Stato nazionale».

Recidendo i cittadini dal loro storico legame con lo Stato, l’Ue ha reciso gli europei anche dal loro passato, e quindi dalla loro «anima» e dalla loro «cultura». Ha preteso che gli europei trovassero il loro senso di identità in princìpi astratti come quelli del cosmopolitismo, ignorando tranquillamente il fatto che l’identità vera, l’identità che scalda e gonfia il cuore è concreta e storica. È un vissuto collettivo impastato di  memoria, terra, sudore e sangue.

Agli europei di questi ultimi trent’anni è stato tolto progressivamente tutto. Non hanno più la possibilità di scegliere realmente il loro destino, visto che chi prende le decisioni che impattano sulla loro vita sono soggetti, come i burocrati di Bruxelles, che non devono rendere conto del loro operato a nessun popolo sovrano. Hanno visti erodere diritti sociali e servizi pubblici in nome di un liberismo egemone e dogmatico.  Si sono ritrovati, i cittadini europei, più poveri di diritti e più poveri di cultura. Hanno avuto a che fare con un’identità potente e fredda che proclama l’identità della non identità. «Il proprio dell’Europa – ha scritto Alain Finkielkraut nel pamphlet “L’identità infelice”- è non avere un proprio. Essa non si riconosce nella storia da cui è scaturita. La sua origine non ha niente a che fare con la sua destinazione, la quale consiste nell’abdicare alla propria origine, nel rompere con se stessa».

Ecco, è questa, appunto, l’identità infelice. Perché stupirsi se gli europei sono stanchi di galleggiare in questo vuoto senza diritti e senza memoria?

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