L’intervista. Fabrizio Tatarella: “Bari paga il sistema di potere di Emiliano. Nessuno tiri in ballo Pinuccio”

6 Apr 2024 20:48 - di Annamaria Gravino
tatarella bari

“Lasciassero stare Pinuccio, il tatarellismo è l’esatto opposto di quello che sta accadendo. Qua il problema è che si raccolgono i frutti avvelenati dell’emilianismo”. Fabrizio Tatarella, nipote del compianto “ministro dell’armonia” e vicepresidente vicario della Fondazione che ne porta il nome, non ci sta a vedere accostato in alcun modo il ricordo dello zio allo scandalo politico emerso a Bari con l’inchiesta su voto di scambio che ha portato alle dimissioni dell’assessore regionale dem Anita Maurodinoia, indagata insieme al marito. L’accostamento è stato fatto oggi da Goffredo Buccini in un articolo sul Corriere della sera. Nell’attacco del pezzo il giornalista ricorda che Maurodinoia si vantava di “prendere più voti di Tatarella” e prosegue scrivendo che “dunque sta forse (anche) nel tatarellismo, inteso come dono di invischiare con un abbraccio persino l’oppositore più tenace o, meglio, sta in una sua più moderna declinazione a sinistra, una delle chiavi di questo ennesimo pasticcio barese che va dissolvendo l’ultimo miraggio d’un campo largo”.

Avvocato, perché in questa vicenda si tira in ballo Tatarella?

Perché chi lo fa non ha capito niente di Tatarella e perché la sinistra non vuole ammettere che quello a cui assistiamo è il frutto degenerato del sistema di potere messo in piedi da Emiliano, in formidabile coppia con Decaro. Si cerca una distrazione, una narrazione alternativa. Nichi Vendola oggi su Repubblica sostiene che bisogna difendere l’eredità della primavera pugliese, che avrebbe trasformato la città in questi vent’anni. Io dico che invece bisogna difendere l’identità di Bari dalla stagione della sinistra pugliese che ha caratterizzato questi vent’anni per trasformismo.

Il tatarellismo può essere assimilato al trasformismo?

Ogni tanto qualcuno ci prova, ma il tatarellismo è l’esatto opposto del trasformismo. Tatarella credeva che destra e sinistra fossero alternative, che rappresentassero valori alternativi. E credeva nella politica come arte alta e nobile, nella quale tutti comunque, anche da collocazioni diverse, anche da tesi opposte, mirano al bene comune. È da questi presupposti che nasce la sua famosa attitudine all’armonia, non certo dall’attaccamento al potere per il potere, che poi porta a quello che stiamo vedendo.

Cos’è “l’emilianismo”? 

L’emilianismo è un sistema di potere che si è consolidato in questi ultimi vent’anni. Ora ci vogliono far credere che Maurodinoia passasse dalle parti del Pd quasi per caso. Una che prima è stata portata in Comune da Decaro, poi è stata promossa in Regione, poi è stata messa al secondo posto nel listino del Pd per la Camera. Chi è che ha deciso di premiare questa persona? Perché? In capo a chi era, a Decaro o a Emiliano? In quei ruoli è stata messa per merito? Per tatarellismo? Per cosa?

Secondo lei, perché ci è stata messa?

Perché questa stagione di fiction alle cime di rapa, che è stato il governo della sinistra in Puglia, portava a premiare chi prendeva i voti, senza porsi troppi problemi. Una dinamica di potere da calciomercato. Comunque, ormai siamo alla fine. Non a caso dopo vent’anni, che è la durata dei cicli politici.

Quanto manca Tatarella alla politica, e a quella pugliese in particolare?

Tantissimo. Intanto per il portato valoriale. Tatarella era un uomo integerrimo e non a caso finì anche nel mirino della Sacra Corona Unita, che, come rivelò un pentito, nel 1994 aveva progettato di ucciderlo. Bocchino se lo ricorderà, nel giorno in cui avrebbero dovuto colpirlo lui era in macchina con Pinuccio. E poi per la sua visione lucidissima della politica. Tatarella capiva le situazioni, aveva una mente strategica. Fu grazie a lui che nel 1995 infilammo il triplete: Comune e Provincia di Bari e Regione Puglia. Lui diceva se vinci a Bari, vinci la Regione. E così fu. Quando nel 2004 perdemmo Bari, perdemmo anche la Regione. Ed ebbe inizio non la “primavera pugliese”, come dice Vendola, ma l’inferno della sinistra barese, come ora si vede chiaramente.

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