L’intervista. Bassani: “Sanzionato dalla Statale per un meme. Togliatti sarebbe inorridito…”

19 Mar 2024 7:20 - di Andrea Venanzoni

Luigi Marco Bassani, professore ordinario di Storia delle dottrine politiche, è stato al centro, e in certa misura vittima, di una vicenda che avrebbe meritato maggiore indignazione e solidarietà. Perché la sua decisione di lasciare la Statale di Milano, dopo un procedimento disciplinare e una sanzione ricevuta per aver pubblicato un “meme” sarcastico su Kamala Harris, dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la libertà, soprattutto in un momento storico in cui nelle piazze, per le strade, nelle università si rinfocolano pessimi slogan e soffia un brutto vento. Un caso paradigmatico di doppio standard valutativo, per cui la presunta inopportunità quando proviene da persone di destra merita censura e sanzione ma quando dall’opposta parte politica si fa autentica apologia della violenza si preferisce glissare. E siamo al cospetto di un caso altrettanto preoccupante di politicamente corretto sposato alla cultura della sorveglianza: i vigilantes della giustizia sociale scrutinano e osservano qualunque spazio, anche quelli rigorosamente privati, pronti a chiederci il conto di qualunque battuta, motto di spirito, opinione possa urtare la loro suscettibilità. Abbiamo incontrato il professor Bassani.

Professore, è stato al centro di una vicenda che avrebbe meritato maggiore attenzione e soprattutto indignazione da parte di chiunque abbia a cuore in maniera sostanziale la libertà di espressione e l’ironia, anche per il modo in cui è stata gestita dall’Ateneo a livello mediatico. La potrebbe brevemente riassumere, a partire da quell’ormai famigerato “meme” e da quelle che immagino siano state le scandalizzate segnalazioni inoltrate agli organi d’Ateneo?

Fino a oggi ho avuto modo di raccontarne i dettagli solo a pochi amici e voi siete a livello stampa i primi cui racconto analiticamente la vicenda: ero uscito da poco dall’ospedale, dove ero stato ricoverato per una forma grave di Covid e tornato a casa mi sono imbattuto in questo “meme” su Kamala Harris che semplicemente mi aveva fatto ridere. Non c’erano parolacce o altre volgarità, né poteva tecnicamente essere definito come sessista: si basava su dati fattuali, visto che il tema, per quanto urticante, era stato affrontato da testate autorevoli come il Los Angeles Times. Ovvero si sosteneva che se ti accompagni a persone potenti potrai fare carriera politica, nonostante tu magari non abbia esattamente un notevolissimo spessore politico e mi sembra di poter dire dopo anni di sua vicepresidenza che non siano emerse grandi doti politiche della Harris. All’epoca del fatto erano appena passate le elezioni politiche americane e mi sembrava un ironico commento a quanto avvenuto anche perché è noto che non nutra grandi simpatie per Biden. D’altronde fa anche piuttosto specie che gran parte degli indignati in servizio effettivo permanente si siano scandalizzati per una immagine che ho condiviso sulla mia pagina Facebook e poi magari non abbiano mai detto mezza parola contro le ondate di volgarità, pesanti e quelle spesso autenticamente sessiste, indirizzate contro una Minetti o contro donne di centro-destra. Perché si dovrebbe pensare che una Minetti o una donna di destra valgano meno, in termini di pubblica indignazione, di una Kamala Harris? Nonostante fosse evidente che in quel meme non ci fosse alcun sessismo, così non devono averla pensata alcune persone che leggevano la mia bacheca. Tra queste una consigliera comunale del Pd, Angelica Vasile, la quale peraltro mi è stato detto avesse seguito e apprezzato i miei corsi accademici. Questo anche a dire come non ci fosse alcun astio personale. A quanto pare invece il meme non le è andato assolutamente giù; cosa assolutamente legittima, indignarsi, offendersi, considerare qualcosa di cattivo gusto è naturale e giusto. Tra l’altro voglio sottolineare, a rimarcare l’intento puramente umoristico, come io lo abbia pure rimosso dalla mia pagina prima ancora che sorgessero contestazioni o una qualche indignazione diffusa. Non era mia intenzione offendere alcuno e alla prima rimostranza di una persona offesa l’ho tolto. Paradossalmente, pur dopo averlo eliminato, sono stato insultato da alcuni utenti. Non posso tollerare gli insulti sulla mia bacheca. Per questo ho bannato le persone che hanno alzato troppo i toni, compresa la consigliera citata prima. A questo punto, qualcuno ha fatto circolare uno screenshot del post, che era stato rimosso e ne è montato un caso ad arte, con tanto di comunicato e di emersione del mio profilo di professore ordinario de La Statale. Non paghi, esponenti della sinistra accademica sono andati a parlare con il Rettore. Sul comportamento del Rettore va aperta una parentesi sostanziale, visto che prima ancora della tenuta di qualunque istruttoria e prima ancora di chiedermi alcunché ha dichiarato che mi avrebbe punito, una singolare anticipazione di giudizio e di decisione.

Dopo la sanzione, per cui è pendente ricorso davanti il Consiglio di Stato, con una lettera aperta, e anche di forte denuncia, apparsa sulle pagine di “Libero” ha annunciato l’addio alla Statale, per passare alla telematica Pegaso. Mi ha molto colpito la mancanza di solidarietà dei colleghi: è stato questo uno dei motivi che l’hanno portata all’addio? O c’è altro?

Un aspetto singolare e grottesco del caso è che il procedimento disciplinare è avvenuto sulla base di una normativa risalente all’epoca fascista e potete immaginare bene per quale motivo fosse stata adottata all’epoca. Un metodo per tenere a bada i professori scomodi, per silenziarli, punirli; spesso con quella normativa si colpivano i docenti ebrei subito prima della adozione delle leggi razziali, quando il fascismo aveva ormai intrapreso una netta virata antisemita e si respirava un clima che avrebbe portato appunto alle leggi razziali. Sarebbe interessante leggere le statistiche dei professori universitari puniti, dopo la fine della guerra e in vigenza dell’articolo 21 della Costituzione, per mere espressioni di pensiero: in genere i codici di condotta sono pensati in termini di disciplina del puro rapporto di lavoro, al fine di evitare discriminazioni, aggressioni, comportamenti poco consoni, ma di certo non per punire le battute di spirito peraltro espresse fuori dal mondo accademico. Per quanto possa suonare incredibile non solo la commissione di disciplina dell’Ateneo mi ha “condannato” in tempi record, come noto, alla sanzione della sospensione di un mese, anche dallo stipendio, ma pure il Tar Lombardia ha stabilito in termini celerissimi, anche a detta del mio avvocato, che la Statale aveva fatto bene perché anche la mera condivisione, quale era stata la mia, equivaleva ad aver creato il meme. Nei fatti, il caso è stato costruito con rigore quasi scientifico; perché come dicevo prima, c’è stato un rumore di fondo messo su da gruppi accademici di sinistra, come Sinistra Universitaria che ha dedicato anche un post alla vicenda poi ripreso dalla stampa.  E pensare che non ho mai avuto problemi di sorta con gli studenti: il comunicato patrocinato da Sinistra Universitaria alla fine non mette più in questione il mero meme ma finisce per riguardare proprio la mia persona. Ironia del caso, quanto lamentato da Sinistra Universitaria è divenuto il fondamento sostanziale della “condanna” fatta propria dal Rettore e dall’Ateneo. Ci tengo a rimarcare come non abbia alcun rancore nei confronti della Vasile, anzi, la ringrazio per aver esercitato la funzione di collirio, avendomi definitivamente aperto gli occhi sul sistema accademico pubblico in Italia. In tutto questo, a voler parlare di doppi standard, è noto che un altro docente, dopo che alcuni studenti di destra erano stati minacciati e aggrediti dai collettivi universitari, ha pensato bene di scrivere sulla sua bacheca Facebook che quando c’è da menare i fascisti, si dovrebbe chiamare lui. In questo caso, nulla, nessuna reazione: gli studenti di Lega e Fratelli d’Italia hanno segnalato il tutto al Rettore, ma il post è stato reputato dallo stesso una dichiarazione privata, fatta fuori dal contesto accademico. Un paradosso, se uno poi considera la mia vicenda. Comprenderà che in questo contesto alla fine andarmene è stata una scelta inevitabile e ho preferito che l’approdo fosse una Università privata e che questa garantisse la mia piena libertà: libertà di essere me stesso e che nella mia sfera privata non dovessi essere scrutinato, controllato, sottoposto a vaglio di ogni mia espressione. Soprattutto che non dovessi andare incontro a strumentali doppi standard morali di valutazione. Che il mio post, rimosso peraltro velocemente, possa aver leso l’immagine e la reputazione della Statale fa davvero sorridere, se poi uno pensa che il Rettore Franzini è rinviato a giudizio e come tale è a processo per “Concorsopoli”. Quello non lede la reputazione dell’Università? La mancanza di solidarietà, espressa al massimo in privato e in pochi casi, in modo quasi carbonaro, mi ha dato molto fastidio. È indice di un conformismo di massa, che il nostro Paese ha già sperimentato in tempi storici non felici.

Lei denuncia in maniera inequivoca e energica l’involuzione del mondo accademico, rifluito da fucina almeno potenziale di “pensiero critico” e di dibattito a “madrasa del Pd”, anche se probabilmente siamo in presenza di qualcosa di infinitamente peggiore. Come si è arrivati a questo punto?

Deve considerare che il crollo del comunismo in senso storico non è stato determinato da un abbattimento militare. Non c’è stato un equivalente comunista della bandiera rossa che sventolava sul Reichstag e che segnala anche in chiave simbolica la fine dell’altra utopia criminale del XX secolo, il nazionalsocialismo. La sconfitta militare ha decretato la irriproducibilità di quel modello politico. La mancanza di una analoga esperienza sul versante del comunismo ha prodotto una appetibilità dello stesso: non a caso il comunismo è stato per decenni popolare da San Francisco all’Italia, nei circuiti intellettuali, accademici, politici, spesso giovanili. Questo movimento, anti-capitalista e poi anti-occidentale, a partire dalla fine degli anni Novanta, con la emersione del popolo no-global, dei fatti di Seattle, anche con una radicalizzazione sovente violenta, pensa ai black bloc, ha assunto nuova veste ed è tornato in certa misura appetibile, guardato con brama e ammirazione da molte persone appartenenti al milieu intellettuale, politico, accademico. In certa misura si tratta della revanche della sinistra radicale anti-capitalista che dieci anni esatti dopo il crollo del Muro di Berlino annusa di nuovo la possibilità di tornare al centro della scena, gramscianamente egemone: nel cuore dei mezzi di produzione della cultura, delle accademie, tornano ad agitarsi la vulgata e la lotta anti-capitalista e anti-occidentale. In questo senso la sistematica occupazione degli snodi di produzione della cultura è un elemento fondamentale, per il successo di questa operazione. La materia da me insegnata, Storia delle dottrine politiche, è uno dei crocevia attraverso cui storicamente in Italia si reitera il dominio nella produzione della cultura e della stessa politica. Proprio questa centralità rende intollerabile, per la egemonia reclamata dalla sinistra che a insegnare certe materie siano dei non-marxisti.  Io in certa misura in questo quadro sono sempre stato considerato un corpo estraneo, un errore di percorso; da allievo di Gianfranco Miglio ero guardato con sospetto, come era guardato con sospetto lui stesso, anche se insegnando in Cattolica aveva in questa prospettiva maggiori spazi di “tolleranza” e di accettazione, e già questo ti lascia capire quanto profonda sia la penetrazione della sinistra nei gangli vitali dell’accademia e del mondo della cultura. Allo stato attuale, siamo arrivati a un punto talmente pericoloso e involuto che persino vecchi comunisti sono spaventati dal livello raggiunto. Un Pajetta sarebbe inorridito, ma arrivo a dirti pure un Togliatti. L’articolo 21 della Costituzione lo approvarono pure quei comunisti. Mentre io oggi mi ritrovo con un dispositivo disciplinare che mi dice, salvo l’articolo 21 della Costituzione per cui sei libero nelle tue espressioni, noi però ti sanzioniamo. Per una battuta, per un meme. E allora a che serve quell’articolo se non copre nemmeno una battuta?

Per uno di quegli strani paradossi della storia, poco tempo dopo la sua lettera ecco emergere il caso della professoressa Di Cesare che si lancia in un post strappalacrime in memoria della ex brigatista rossa Barbara Balzerani. Ha commentato anche lei la vicenda su Facebook: apprezzabile che lo abbia fatto in maniera eterodossa rispetto chi si focalizza solo su di lei e sul suo post e non vede la cornice d’insieme. 

La mia posizione è molto semplice e lineare: libertà per tutti. Non potrei certo reclamare la mia libertà e poi pretendere di negare quella altrui, non sono mica un comunista. Io non ho doppi standard, a differenza della sinistra. Se poi vogliamo parlare di cattivo gusto, di opportunità, direi che quel post della professoressa Di Cesare è decisamente più problematico del mio, visto quel che hanno rappresentato le Brigate Rosse e Barbara Balzerani, con la loro scia di sangue, di morte e di lutti. Però non invoco alcuna gogna pubblica, non mi interessa; se qualcuno vuole piangere i propri morti la cosa non mi indigna, ciascuno pianga e seppellisca i propri morti. Questo vale anche per i fascisti, come quelli che hanno celebrato la memoria dei morti della strage di Acca Larenzia salutando romanamente. Hanno diritto di piangere anche loro i loro morti. Anche qui si è registrato un evidente doppio standard. Enorme indignazione per questa ultima vicenda, molta meno indignazione per le violenze, violenze vere, effettive, di gruppi di estrema sinistra. Secondo me invocare, come fanno pure alcuni da destra, che la Di Cesare sia punita è abbastanza sbagliato: la prospettiva non è punire lei, e mi auguro non le accada nulla in termini disciplinari e professionali, ma garantire che tutti abbiano lo stesso livello di tutela nella loro libertà di espressione e di insegnamento e di ricerca. Se le negassi la sua libertà, negherei la mia stessa sostanza di persona che crede e lotta per la libertà. D’altronde siamo un Paese che si è diviso su tutto, anche sulla ricostruzione del nostro passato e della nostra storia, quindi la stessa vicenda delle Brigate Rosse è soggetta a interpretazioni da sinistra molto più complesse e spesso in una ottica materialistica, di contrapposizione frontale a un dato sistema percepito come oppressivo e nemico. Una visione che non riconosce alcuna responsabilità personale, ma ragiona solo in termini collettivi, dicotomici, che mi è lontana anni luce ma cui pure riconosco la libertà di essere espressa finché non tracima. Diamo a Di Cesare quel che è di Di Cesare.

Al netto di tutto c’è un enorme doppio standard morale e politico. Sulla sua vicenda, scarsa indignazione e se ne sono occupati solo pochi giornali appartenenti all’area politica di centrodestra, ma anche la politica ha osservato un increscioso silenzio. Per la Di Cesare è invece tornata in auge la difesa intransigente della libertà di espressione. Evocata e rivendicata da parte di quelli che hanno negato la libertà di espressione a Papa Benedetto XVI, a Daniele Capezzone, da ultimo a David Parenzo e al direttore Molinari. Come si esce da questo oggettivo cortocircuito assai strumentale e pericoloso?

È una deriva pericolosissima che però in certa misura è collegata all’anima e alla storia italiana e europea. Le violenze in Italia degli anni Venti, tra squadristi fascisti e militanti socialisti e poi comunisti, erano un continuo tentativo violento di non far parlare l’altro. In Germania lo stesso. In Italia poi la “tradizione” si è rinfocolata nel post-1968; negli anni Sessanta, l’idea di non far parlare i fascisti era meno diffusa di quanto si possa credere, ma poi negli anni Settanta c’è un salto di qualità in negativo. Perché con le teorizzazioni dell’antifascismo militante iniziano a circolare parole d’ordine violente e prassi altrettanto violente; negare spazi, agibilità, praticare violenza politica nei confronti dei fascisti. Poi la definizione stessa di “fascista” si è allargata a comprendere chiunque fosse sgradito, compresi esponenti della sinistra istituzionale non particolarmente cari ai militanti della Autonomia Operaia. Pensa alla cacciata di Luciano Lama da La Sapienza, con la riproposizione di paradigmi come quello del “social-fascismo”. Il clima odierno è ancora più pericoloso, perché da un lato riprende questa tradizione ma la ibrida poi con quanto ci arriva dagli Stati Uniti; mi riferisco alla teorizzazione delle micro-aggressioni, il fatto cioè che una parola, un discorso, una espressione, una opinione, possano essere considerati un effettivo, reale atto di violenza. In questa prospettiva, le categorie protette considerate vittime quasi ontologicamente, donne, omosessuali, transessuali, appartenenti a minoranze etniche, vengono paternalisticamente protette e viene sanzionato chiunque non le rispetti pronunciando le parole e le opinioni che questo movimento woke ritiene “violente”. Con non banali cortocircuiti e implosioni. Un omosessuale di orientamento conservatore non è meritevole di tutela, secondo questa visione, e diventa quasi legittimo togliergli la parola. Oppure pensa alle questioni tra femministe e transfemministe, da tempo al centro di una querelle che si fa sempre più violenta, non solo in senso teorico. A morire è il dibattito e in questo quadro emergono tecniche ripugnanti per silenziare il dissenso. Il mio caso nei fatti è stato un espediente veramente da “colpirne uno per educarne cento”, perché la gente ha paura, si autocensura. È addomesticamento dell’intellettuale non organico alla sinistra.

Stiamo importando in questi ultimi tempi il peggio del peggio del “wokeism” americano. E soprattutto chi sostiene certe derive (sub)culturali non si accontenta di rimanere sul livello del dibattito, ma pretende il monopolio, attraverso delazioni, segnalazioni, richieste di sanzioni e di licenziamento, magari leggi ad hoc che ci stanno sempre bene. Si sta affermando un “wokeism della sorveglianza” che scrutina post, libri, affermazioni e ne chiede conto, portando molti ad autocensurarsi. Cosa fare per spezzare questo circuito vizioso, sempre che sia possibile?

Nelle Università è senza dubbio complesso, tanto è profondo il livello di penetrazione di una certa mentalità e di certe teorizzazioni. Anche se bisogna guardare con interesse alle implosioni e alle enormi contraddizioni di queste sotto-categorie che spesso ormai entrano in conflitto tra di loro. Situazioni paradossali che prima o poi arriveranno al redde rationem finale. Il mio caso in fondo è un paradosso incredibile: comunisti, “guardie rosse” che attaccano un professore di destra perché ai loro occhi ha sbeffeggiato la Vicepresidente degli Stati Uniti. Comunisti, o eredi dei comunisti, che si son messi a fare i guardiani del sistema istituzionale e di potere dell’America, difensori dell’imperialismo americano. Una roba che negli anni Settanta sarebbe stata impensabile. Culturalmente imploderanno e annegheranno nelle loro contraddizioni sostanziali. Fuori dall’accademia, invece a pensarci saranno il mercato e la società. Il motto “go woke, go broke” è indicativo; se sposi in maniera ortodossa e rigida una certa declinazione del politicamente corretto, perdi gli affari, le entrate economiche, i soldi. È accaduto alla Disney, a Netflix, alla Budweiser. Alla fine quando ideologizzi la tua azione e dimentichi il tuo mondo di riferimento perdi qualunque consapevolezza del tuo pubblico, fai pubblicità insensate. La Budweiser ha voluto realizzare uno spot contro le discriminazioni contro gli omosessuali, e quello spot non è stato preso molto bene dal target di riferimento degli acquirenti di quella birra che sono i camionisti i quali l’hanno vissuta come una provocazione. Come se gli stessero dando dei riprovevoli omofobi. Lo stesso a dirsi per Netflix che continua a sfornare serie pensate per illustrare ossessioni da nuova normalità, senza curarsi minimamente del senso, della qualità, della appetibilità delle serie stesse. La Coca-Cola ha mandato email ai suoi dipendenti chiedendo loro di pensare meno da uomini bianchi. E quelle email arrivavano pure a dipendenti afroamericani. È una cosa ridicola. Se ne uscirà quando rischieranno di andare in bancarotta e allora certe sirene ostili al maschio bianco eterosessuale, visto come un diavolo, tramonteranno per forza di cose.

Giorgia Meloni ha evocato un brutto clima, ed è innegabile che tra potenziali cattivi maestri e ‘allievi’ ancora più cattivi non tiri propriamente una bella aria nelle università e nelle piazze. Pensi in questo allarme ci sia un fondamento di verità?

Qui a Milano, dove vivo, ho assistito pochi giorni fa a una scena che non vedevo dagli anni Settanta. Una serie di automobili, a targa coperta, si sono fermate di sera vicino casa mia, io ero in strada e ho assistito alla scena: dalle macchine sono scesi degli individui a volto coperto e con lo spray hanno tappezzato di scritte le mura di un liceo, mura che erano state pulite da pochissimo. Le scritte erano tutte di estrema violenza e riconducibili a una precisa area politica, la sinistra antagonista. C’era la polizia presente che si è limitata ad osservare. Sono segnali in apparenza minori ma sono preoccupanti; l’idea, o meglio a dirsi l’illusione, che la violenza non possa tornare a scoppiare e incendiare le strade non ha senso. In ogni epoca, date certe condizioni, la violenza può tornare a fare capolino. In Italia, nelle fasi di grande rivolgimento storico e culturale la risposta è stata sovente violenta. E mi preoccupa in particolare l’idea che la sinistra individui in questi meccanismi tesi ad attizzare la fiamma un modo per riprendersi il potere che attraverso le urne non riesce ad ottenere. Lo scollamento della sinistra con il Paese reale fa sì che la destra intercetti molto più consenso. Per questo si avvia a governare per lustri, e la sinistra lo sa, lo teme e pensa a contromisure che possono essere pericolose.  Anche se la destra di governo dovrebbe fare di più la destra, scardinare sul serio certe incrostazioni vetero-comuniste negli snodi amministrativi, nella cultura, incentivare la libertà di mercato.

A proposito di cattivi maestri ed eventualmente cattive ideologie, che ne pensa della solfa pseudo-ideologica sottostante “wokeism”, transfemminismo, teorie critiche intersezionali, alla Judith Butler per intenderci?

Anche in queste teorie c’è uno scollamento totale dalla realtà. I miei amici omosessuali hanno il terrore dell’islamizzazione d’Europa, e credo non serva nemmeno spiegare il perché. Quindi figuriamoci ritenere Hamas o Hezbollah dei “movimenti progressisti che fanno parte della sinistra globale”, come recita la Butler, o sventolare le bandiere jihadiste assieme a quelle dei gruppi per i diritti dei gay o delle lesbiche. Ad oggi le uniche civiltà dove gli omosessuali hanno diritti sono quelle occidentali, cristiane, post-cristiane, euro-americane. Le femministe e ora le transfemministe che sono riuscite a distorcere, estremizzare e radicalizzare la visione di una lotta degli oppressi contro gli oppressori, hanno individuato nel maschio bianco e nella civiltà occidentale i modelli dell’oppressore. Per questo finiscono tra le braccia di quelli che individuano come gli unici capaci di abbattere questo modello, gli islamisti. Aborrono e ripugnano il bianco maschio di mezza età, in pratica io stesso sono il loro incubo. Quindi o sposano la causa dei jihadisti, che nobilitano attraverso la coloritura post-coloniale, oppure richiedono la de-virilizzazione del maschio stesso, da cui tutta la ossessione sui paradigmi intersezionali. Non si accontentano del mero omosessuale che può essere virile eccome, no, loro pretendono modelli intersezionali che rappresentino la destrutturazione del canone occidentale.

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