L’era dell’indignazione. Unica fede? Sentirsi offesi. Così avanza la tirannia “lacrimevole”

3 Mar 2024 8:00 - di Andrea Venanzoni

Nel grandemente citato, e magari meno grandemente letto, La cultura del narcisismo”, Christopher Lasch si lanciava in una ardita e complessa analisi del tramonto dell’homo oeconomicus, soppiantato drasticamente da un individuo preda di anomia, ansia, incasellamento dell’ego in un continuo, ininterrotto presente e senza più alcun rispetto né considerazione per la proprietà, la responsabilità, il gusto stesso della libertà, il senso di comunità, lo stare in società, la visione prospettica del futuro o per una qualche fattiva nostalgia per il passato, o per parti di esso. Autore difficilmente incasellabile anche politicamente, Lasch mise a modo suo in guardia dalla fuga dal sociale, come recita sapientemente il sottotitolo della sua opera, arrivando però a conclusioni non del tutto convincenti.

Non casualmente la penna di Lasch, come ha rilevato Carlo Marsonet in un lungo saggio apparso alcuni anni fa su “Il pensiero storico”, finirebbe per sfociare in una richiesta di socialismo eterodosso, unico strumento nella prospettiva laschiana capace di metabolizzare e assorbire i moti centripeti di critica radicale, come quello femminista, e riavvicinare tra loro gli individui.  E se è certo vero che la disgregazione atomistica sia un tema serissimo e centrale, si nutrono dubbi che la risposta possa essere il socialismo, per quanto sui generis lo si voglia immaginare e modellare.

A dire il vero, lo stesso Lasch dovette avvertire la eco diffusa di una nemmeno tanto latente contraddizione, se è vero come è vero che gran parte della sua attenzione si posa sulla libertà e sulla realizzazione degli individui, sulla valorizzazione della proprietà, tutti argomenti non risolti in maniera esattamente socialista. Marsonet si chiede cosa Lasch avrebbe pensato di opere come “Il capitalismo della sorveglianza” della Zuboff. Forse ne sarebbe stato entusiasta, nel nome di una critica diffusa, dall’esito quasi inevitabile, delle estremizzazioni del capitalismo. Eppure, il problema non è il capitalismo, ma la irreggimentazione dello stesso: non i suoi eccessi, veri o presunti, ma sempre determinati fenomenologicamente dall’intervento sovente sbilenco di autorità pubbliche in ottica anti-concorrenziale o degli appetiti tribali di una politica vorace, quanto le risposte peggiori del presunto male.

Come il socialismo non appare in nessun caso, occhiuto, organicamente avvinto a ogni snodo connettivo del sociale e dell’umano, quale è, risposta utile contro il “capitalismo della sorveglianza”, del pari verrebbe da chiedersi cosa Lasch penserebbe, non incline a simpatia per un certo approccio totalizzante delle teorie critiche, della attuale deriva di politicamente corretto, tracimata ormai oltre la soglia del ridicolo. È assai probabile che rimarrebbe allibito ma confermato nei suoi assunti sul “narcisismo” nel dover assistere al dilagare, ormai incistato nel profondo della società, di un flusso burocratico di suscettibilità e di permalosità dei sedicenti socialisti con capelli fucsia e septum al naso.

Individui sballottati dalla temperie di una indignazione militante che narcisisticamente svolgono una unica professione di fede: sentirsi offesi. Offesi da tutto, si intende. Dal razzismo, dalle discriminazioni, dalle divisioni, dalle barriere, dai limiti, dal merito, dalla concorrenza, dalla competizione, dalla autorità e, cosa ben peggiore, da ciò che loro percepiscono, costruiscono, avvertono, sentono come razzismo, discriminazione, divisione, barriera. Robert Hughes ha parlato di “cultura del piagnisteo” per definire questa melassa di politicamente corretto che trascorre il proprio tempo a stabilire regole culturali e gradazioni di offesa. Un cortocircuito abietto che, mentre postula con una mano la libertà di essere se stessi, con l’altra corre a togliere libertà agli altri.

Una tirannia lacrimevole che tra un fazzoletto per nettarsi il volto offeso e rigato dalle lacrime e un pianto pubblico come rituale di educazione civile finisce per restringere il campo vitale della libertà. Non per caso, i narcisisti dalla lacrima facile e dalla indignazione ancora più facile sono stati i primi a ritagliare una topografia segmentata di spazi-sicuri, le safe-zones, che hanno impestato i college americani, per resistere al vero nemico ontologico del militante politicamente corretto: il principio di realtà. Qualunque rimando alla biologia, alla chimica, alla fisica, alla storia, che possa contraddire l’auto-percezione del lagnoso, qualunque richiamo alla verità o se si preferisce alla oggettività diventano aggressioni, o micro-aggressioni.

Per il lagnoso, il capriccio individuale è diritto, l’asperità inevitabile dell’esistenza una atrocità assoluta. Pretende tappeti rossi srotolati, promozioni senza voto, insegnanti senza autorità, genitori piegati ai loro voleri, linguaggio asettico e arido. Spuntato. Il colore del lagnoso è il grigio. Non ha spunti, non ha elevazioni, ma pretende che tutti scendano al suo, bassissimo, livello. Soprattutto lo Stato, di cui si sente sovrano assoluto e reggitore nel nome della bontà universale. Dire a una persona grassa che è grassa, senza nemmeno tono canzonatorio o di irrisione, quindi affermare un elementare canone di verità viene considerato atto di violenza.  Anzi, il suscettibile pretenderà di gettare al macero non solo l’estetica, la forma ma anche la salute. Dire che una persona morbosamente obesa rischia in termini di salute non è più visto come un consiglio sensato e motivato spesso da reale attenzione, ma un atto di bullismo. Affermare che un uomo con parrucca e barba rimane biologicamente un uomo è visto e vissuto come atto di intollerabile barbarie.

E proprio per questo, i queruli chierici di questo politicamente corretto esigono di dettare normativamente e scandire con minuziose regole il vivere civile. Lo fanno perché sanno bene di mentire e che le loro asserzioni, le loro teorie non hanno gambe autonome ma, per affermarsi, esigono la coercizione statale. Vogliono sanzioni. Punizioni. Leggi. Programmi di (ri)educazione. Campagne di sensibilizzazione. Riscrittura di libri. L’adagio fallace “a te cosa toglie?”, a lasciar indicare che il riconoscimento dei nuovi diritti sarebbe indolore, innocuo, a somma zero è appunto fallace, grottescamente falso e manipolatorio. Come ogni narcisista sa essere.

In primis, questioniamo che davvero si tratti di diritti. Non esiste e non esisterà mai alcun diritto al riconoscimento di un bagno come spazio-franco per ciascuna delle categorie in cui gli individui possano volersi identificare. Non esiste e non esisterà mai il diritto di essere grassi o magri o calvi o di indentificarsi in un pangolino. Lo si potrà fare a livello personale, individuale, ma di certo non si potrà pretendere che tutto ciò venga sacralizzato dalla norma di legge e dagli apparati statali.

Un desiderio non è un diritto. Un piagnisteo non è politica pubblica. Non potranno mai darsi settecento bagni diversi, imposti da una istituzione, perché potrebbero darsi settecento diversi generi in cui riconoscersi, ciascuno meritevole di considerazione. C’è un elementare principio di realtà scandito dalla biologia e dagli organi genitali quando si parla di bagni.

E che le battaglie sulle safe-zones, sui bagni, sui pronomi neutri e la Schwa siano lotte che finiscono per incidere sulle libertà altrui, lo sanno bene anche gli stessi protagonisti. Perché o si parla di meri slogan, di enunciati puramente teorici, oppure se davvero si ritiene di essere in presenza di diritti si dovrà implementare quei diritti.  E il processo avrà costi e implicherà un bilanciamento con simmetrici e di segno opposto diritti altrui. Perché non esistono diritti a costo zero e soprattutto a incisione zero su situazioni soggettive rivendicate da altri. Torniamo ai bagni e specifichiamo che questa insistenza mi deriva, se qualcuno se lo chiedesse, dalla nota e grottesca vicenda bocconiana, che ha visto comminare la sanzione della sospensione ad alcuni studenti. “colpevoli” di eccesso di sarcasmo. Perché il militante politicamente corretto abbonda di tutto, o quasi, ma non del senso dell’ironia e del sarcasmo.

A differenza del narcisista che filtra l’universo-mondo attraverso il proprio ego, il suscettibile agogna alla collettivizzazione della indignazione, del piagnisteo, elevati questi a politiche pubbliche e rivendicati con piglio decisorio. Qualunque deviazione dal canone sovrano, la vive come una blasfemia intollerabile.In questa prospettiva, se il narcisista tutto e tutti sacrifica alla propria individualità eretta su un trono, il suscettibile sacrifica tutto e tutti alle proprie lacrime. E il suscettibile è infinitamente peggiore del narcisista, perché a differenza di questi è profondamente ipocrita e soprattutto si trasla dallo spazio individuale a quello collettivo e politico.

Se come ha notato Giovanni Orsina ne “La democrazia del narcisismo”, il populismo è coltivato nel fondo di una cultura del risentimento, non c’è alcun dubbio che la suscettibilità istituzionalizzata sia populismo all’ennesima potenza. Perché è il sole fiammeggiante del risentimento. Le posizioni opposte non sono mai considerate o vissute dialetticamente, ma sempre in opposizione frontale, ontologica.

I suscettibili pontificano nel nome, apparente, non della loro essenza individuale ma per categorie. Generalizzano. Universalizzano. Combattono per la giustizia sociale e la eguaglianza più tirannica, quella che livella sempre e rigorosamente verso il basso. Sono giacobini della lagna, evangelisti del singhiozzo, rivoluzionari del frignare. Si sentono investiti di una missione epocale. Costruttori di mondi e di diritti, eroi della giustizia sociale, non possono che percepire i loro antagonisti come nemici in senso oggettivo.

E così, frasi goliardiche sono considerate al pari di atti di violenza. Cosa toglie, a te? La libertà di espressione. Ecco cosa toglie. E nella libertà di espressione rientra anche il sarcasmo. Ma ovviamente per il suscettibile il sarcasmo è bestemmia: irrisione della sacra agenda della giustizia sociale. Va rivendicato, contro la Stasi del politicamente corretto, i segnalatori, i piagnistei, le mammolette candide in apparenza ma dal cuore annerito, il principio di libertà..Senza piegarsi, senza indietreggiare. Mai.

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