“Devo scusarmi continuamente di essere bianca”. Follia woke alla Columbia University

4 Mar 2024 17:23 - di Angelica Orlandi

“Devo scusarmi continuamente di essere bianca“. Sono catalogata dalla parte degli oppressori. Passo il mio tempo a camminare sulle uova, a dribblare le regole della cultura woke, qualsiasi cosa dica o faccia può essere condannata come una micro-offesa rivolta contro afroamericani o latinos”. Lo sfogo di una 42enne a Federico Rampini sul Corriere della Sera dà la misura della follia woke, diventata una vera e propria “dittatura”. L’esperienza della donna che lavora in un’importante istituzione culturale italo-americana  è sconcertante.

Delirio woke alla Columbia Unversity: l’intervista di un’italiana a Rampini

“Ho 42 anni, arrivai dal Veneto a New York nel 2009 e me ne innamorai subito. Dovevo rimanere per uno stage di pochi mesi, sono ancora qui. Oggi però stento a riconoscerla. In Italia mi considero una progressista, perfino radicale. A New York ora devo scusarmi in continuazione per essere bianca; quindi privilegiata e incapace di capire le minoranze etniche. Sono catalogata dalla parte degli oppressori”. Deve stare attenta a come parlare e scrivere.” Passo il mio tempo a camminare sulle uova, a dribblare le regole della cultura woke: qualsiasi cosa dica o faccia può essere condannata come una micro-offesa rivolta contro afroamericani o latinos». Ci informa Rampini che lei vorrebbe  diventare un’assistente sociale, mettersi al servizio dei più bisognosi e che per questo si è iscritta a un Master della Columbia University. Ma il suo cammino è accidentato, nonostante abiti qui da 15 anni. Le prove d’ammissione alla  prestigiosa università newyorchese sono state in realtà una professione di fede: “Ho dovuto scrivere un saggio in cui anticipavo quale sarà il mio impegno nel razzismo anti-black: perché è un dogma che il vero razzismo è solo quello di noi bianchi contro i neri”, racconta a Rampini. Poi l’escusione da alcuni corsi in virtù del colore della sua pelle.

Un’italiana esclusa dai corsi: “I non bianchi hanno la precedenza”

“Sono stata esclusa dal corso a cui ero più interessata, sull’assistenza ai tossicodipendenti, perché i non-bianchi hanno la precedenza. Nella settimana iniziale del Master dedicata all’orientamento dei nuovi iscritti, a noi studenti bianchi è stato chiesto di scusarci con i compagni di corso neri per il razzismo di cui siamo portatori”. La testimonianza di cui ci mette a parte l’editorialista è inquietante. “Perfino una studentessa afroamericana mi si è avvicinata per confessarmi il suo imbarazzo, lei stessa trovava quella situazione mortificante. Ogni due settimane una bianca come me deve partecipare a una riunione di White Accountability (“responsabilità bianca”): due ore con una persona che ci interroga per farci riconoscere le nostre micro-aggressioni verso i neri e chiederci un pentimento». Una follia.

I diktat: “cosa bisogna evitare di dire”

C’è un preciso elenco di cose vietatissime da dire, frasi proibite: “Per esempio, non bisogna mai chiedere a un compagno di studi da dove viene: può suonare come un’implicita discriminazione etnica. Guai a chiedere verso quale ‘campo’ di studi si orienta: se è nero quella parola può evocare una piantagione di cotone dove lavoravano i suoi antenati schiavi; se è di origini messicane un terreno agricolo dove suo nonno era bracciante. Se cadi in una di queste offese, devi dichiararla e chiedere scusa, poi fare un’analisi del privilegio bianco che ti ha indotto in errore».

 

È delusa ma non rassegnata: “Io riconosco che un’assistente sociale deve essere informata su tutte le ingiustizie;deve conoscere tutti i fattori di disagio sociale. Ma catalogarci nelle categorie binarie di oppressore/oppresso non aiuta a conoscere la realtà. Un’assistente sociale dovrebbe occuparsi dell’essere umano, non incasellarlo in definizioni ideologiche». Proprio così, ma “il razzismo al contrario” di cui è vittima la 42enne veneta non si è femnato qui.  «Durante la pandemia — ricorda a Rampin- partecipavo a uno dei gruppi di mutuo soccorso a Brooklyn, in 1.500 volontari aiutavamo soprattutto i più poveri, gli immigrati clandestini rimasti senza nessuna assistenza. Nel quartiere di Bushwick a guidare i volontari era una donna bianca. Quando si è saputo, è stata crocifissa sui social: l’incolparono di neocolonialismo. Dovette dimettersi”.

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