Repubblica mette l’aureola a Lenin, sacerdote della rivoluzione. Senza citare mai i danni del comunismo

21 Gen 2024 16:24 - di Francesco Severini
Lenin

Marcello Veneziani ricorda oggi, nel centenario della morte di Lenin, che il despota comunista è il vero padre di tutti i totalitarismi. Anche se alla sinistra conviene dare tutte le colpe a Stalin. Su La verità Veneziani cita Solzenicyn: «Hanno inventato il termine stalinismo. Ma non c’è mai stato nessuno stalinismo. Fu un’invenzione di Krusciov per attribuire a Stalin quelli che sono invece i caratteri fondamentali del comunismo, le sue colpe congenite. In realtà aveva già detto tutto Lenin».

Malaparte: Lenin nemico della realtà

E ricorda, ancora, come Malaparte ritenesse Lenin “un piccolo borghese, cinico e freddo, pervaso di intellettualismo e privo di senso della realtà, meticoloso nella sua «crudeltà platonica»; non un romantico rivoluzionario ma «un funzionario puntuale e zelante del disordine», fanatico ma cinico, idealista ma opportunista, lucido calcolatore. In fondo l’Unione sovietica che lasciò, i suoi apparati e la sua burocrazia, sembrò fatta a sua misura. E il comunismo che Lenin lasciò in eredità alla Russia e al mondo, fu figlio di quel suo assoluto irrealismo. Marx aveva detto che il comunismo è «l’abolizione dello stato di cose presenti». E da quel precetto venne fuori Lenin, nemico assoluto della realtà e degli uomini quali realmente sono, sacrificati a un’umanità ventura che non venne mai al mondo”.

Su Repubblica ritratto dai toni aulici senza mai citare il comunismo e le sue vittime

Tuttavia ciò non impedisce oggi a Repubblica di utilizzare toni aulici e lirici nel ricordare il centenario della morte di Lenin. Con una lunga articolessa di Ezio Mauro dove la parola comunismo compare al massimo due o tre volte. Un ritratto intimista, dal quale traspaiono ammirazione e omaggio per ciò che Lenin ancora evidentemente rappresenta per i nostalgici di sinistra. “Vladimir Ilic ormai sembrava concentrare su di sé tutto lo studio marxista, ogni elaborazione rivoluzionaria, qualsiasi analisi sui compiti del proletariato, come se gli toccasse il dovere di portare a compimento la rivelazione marxiana nella realtà incandescente della Russia di fine impero. Sacerdote della fede rivoluzionaria era interamente votato alla sua missione, quasi avesse un appuntamento con la storia, che nessuno allora avrebbe potuto sospettare”.

Così Lenin giustificava la sua crudeltà

I crimini del comunismo liquidati proprio con una frase di Lenin in cui si giustifica la “crudeltà”. Scrive Mauro: “A chi, come Maksim Gorkij, gli chiedeva conto della “crudeltà” dei rivoluzionari, Lenin obiettava irritato: «Ma che volete? Si può forse essere umani in una lotta così feroce? Dove può trovare posto qui la bontà d’animo e la generosità? Da ogni parte la contro-rivoluzione ci assalta come un orso: non abbiamo forse il diritto di lottare e resistere? Scusate, ma non siamo imbecilli. Sappiamo quel che vogliamo e soprattutto abbiamo capito che non può farlo nessun altro per noi. Altrimenti, pensate che io sarei rimasto qui?» Poi una pausa, come se dovesse concludere un rendiconto, e quindi rassicurare se stesso: «La nostra generazione è riuscita a compiere un lavoro meraviglioso per la sua portata storica. Ci siamo assunti il compito gigantesco di far alzare in piedi il popolo. La crudeltà della nostra vita verrà compresa e giustificata. Tutto sarà capito, tutto». I milioni di morti causati dal comunismo oscurati e dimenticati: in primo piano la marcia funebre di Chopin che accompagna il corpo simbolo della rivoluzione. Rivoluzione funesta e mortifera. Ma questo Repubblica non lo scrive.

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