L’intervista. De Carlo: “Gli agricoltori hanno ragione e noi siamo con loro. È l’Europa che va cambiata”

27 Gen 2024 17:26 - di Annamaria Gravino
luca de carlo agricoltori

Il messaggio stavolta non è ai naviganti, ma agli agricoltori: il governo è dalla vostra parte. Di fronte alle proteste che in questi giorni stanno interessando diversi Paesi europei e anche l’Italia, voci autorevoli della maggioranza e dell’esecutivo sottolineano che le rivendicazioni dei “trattori”, la loro piattaforma sono già nell’azione di governo. Oggi è intervenuto anche lo stesso ministro Francesco Lollobrigida, sottolineando che “il governo Meloni è dalla parte degli agricoltori, senza se e senza ma”, che “in Italia non c’è un governo da convincere come in altre nazioni. Sappiamo bene quel che va fatto” e che quindi “se i problemi sono causati da Bruxelles, creare difficoltà ai cittadini non ha molto senso”. Ne abbiamo parlato con il presidente della Commissione Agricoltura al Senato, Luca De Carlo, da sempre molto vicino al settore.

Presidente, lei come vede la protesta dei “trattori”?

Come una protesta legittima contro un’Europa distante e che in questi 20 anni, attraverso le proprie politiche, ha sostanzialmente ridotto non solo il numero, ma anche i redditi degli agricoltori. Se a questo aggiungiamo la deriva ideologica che ha accompagnato questi 20 anni, vediamo che non è un caso che le proteste partano proprio in quei Paesi come la Francia e la Germania che avevano visto i loro governi protagonisti di queste politiche.

Gli agricoltori chiedono che la transizione green non li penalizzi, misure anti-dumping, lo stop al cibo sintetico e insetti, meno burocrazia, retribuzioni più eque lungo la filiera e più in generale attenzione al settore. Di fatto sono tutti temi non solo presenti fin dall’inizio nell’agenda del governo italiano, ma sui quali l’esecutivo ha mosso passi importanti anche in Europa. Perché alcuni settori della protesta assumono anche da noi toni anti-governativi?

Perché tra gli agricoltori c’è disperazione, e quando si è disperati si fa confusione, non si fa più una grande distinzione se la competenza è regionale, governativa o europea. Ma la stragrande maggioranza della piattaforma di protesta è contro l’Europa e sarebbe un autogol protestare contro il governo italiano che ha abbattuto la cortina di fumo che stava intorno al mondo dell’agricoltura. Se non ci fossero stati il governo italiano e il ministro Lollobrigida, che sono andati in Europa e hanno dimostrato a) che si può dire di no e b) che le politiche green e la diminuzione degli spazi da coltivare non sono un moloch, di questi temi si continuerebbe a non parlare.

O se ne continuerebbe a parlare come prima. Invece ora anche i governi francese e tedesco e anche il presidente von der Leyen vanno incontro alle istanze presentate dagli agricoltori…

L’Italia, con questo governo, ha rappresentato l’agricoltore come custode del territorio e regolatore della biodiversità. Il ministro Lollobrigida ha presentato un documento su questo tema, che ha rovesciato anni di storytelling e di narrazione che hanno accompagnato, diciamo così, la discriminazione verso gli agricoltori e gli allevatori, facendoli passare per inquinatori invece che per quello che sono: custodi. Fino ad oggi l’Europa ha pensato che si potesse smettere di produrre e che gli agricoltori andassero ridotti a una sorta di giardinieri, prendendo le materie prime altrove, anche in barba a questioni come le norme sul lavoro. Poi alla prima crisi e con la guerra ci siano ritrovati senza capacità di essere indipendenti sotto il profilo del cibo.

Questo non è successo solo nel settore agricolo…

No, certo, è un tema geopolitico. E il cibo dalla notte dei tempi è questione geopolitica. Tanto è vero che, mentre noi smettevamo di produrre, la Russia raddoppiava le produzioni di grano, la Cina comparava terreni in Africa e l’America li comprava in Europa. E L’Europa è rimasta col cerino in mano. Ora c’è questo movimento che rialza la testa rispetto a questi temi e pone in Europa le stesse questioni sollevate dal governo italiano e sulle quali il governo italiano è riuscito a mobilitare anche altri Stati, come per la carne sintetica.

Però nella risposta di ascolto e apertura di Francia, Germania e direi anche della stessa von der Leyen ci sono anche ragioni di politica interna ed elettorali in vista del voto alle europee. Questo cambiamento di paradigma che vediamo sull’agricoltura è il sintomo del fatto che un’altra Europa, quella di cui parla l’Italia, si sta già affermando?

Un’Europa diversa è possibile ed è quella che immaginiamo. In pochi mesi abbiamo già in qualche maniera contrastato il vecchio indirizzo e lo abbiamo fatto avanzando proposte. Ci siamo opposti noi da soli a Green deal, senza il nostro intervento gli allevamenti sarebbero stati assimilati alle industrie, tutte le questioni sulle quali ci siamo battuti e abbiamo ottenuto risultati… Noi crediamo che l’Europa accanto alla sostenibilità ambientale, che è sacrosanta, debba pensare che qualsiasi norma deve tenere conto anche della sostenibilità economica. Siamo contenti delle aperture. Ma è l’appuntamento dell’8 e del 9 giugno che ci darà la possibilità di avere la certezza che l’Europa cambi davvero, attraverso il voto. Basta demagogia, basta inutili estremismi ideologi, sì al buon senso e sì al sostegno alla produzione, che significa sostegno anche per gli agricoltori.

Crede che ci sia questo scenario possibile dietro ad alcuni tentativi di demonizzare la protesta, che si sono visti in Italia?

Io credo che gli agricoltori che oggi protestano manifestino un disagio legittimo nei confronti dell’Europa e che non si lasceranno certo manipolare o strumentalizzare da chi vorrebbe fare una narrazione distorta di quella che è la realtà. Gli agricoltori sono gente per bene, che non si lascia condizionare da chi ha interessi diversi dal sostenere l’agricoltura.

Che lei sappia è stato cercato un dialogo? 

C’è un’interlocuzione costante e continua con le categorie, che rappresentano la stragrande maggioranza operatori e con le quali abbiamo affrontato insieme grandi battaglie. C’è un disagio, ma questo governo è quello che più, negli ultimi 20 anni, ha investito in agricoltura. E non lo dice Luca De Carlo, che può essere considerato di parte, ma lo dicono i numeri: quasi 13 miliardi in 15 mesi, 8 dal Pnrr più quelli degli altri interventi. Questo è il segno tangibile, chiaro della centralità che il governo assegna all’agricoltura. Poi, certo, la politica e la burocrazia a volte hanno tempi diversi da quelli dell’economia e quindi la risposta ai disagi non si percepisce immediatamente. Però è importante comunicare tutto quello che è stato fatto e che va nella stessa direzione di ciò che chiedono gli agricoltori. Siamo sulla stessa barca e abbiamo gli stessi obiettivi e, anche con il lavoro fatto con le categorie, percorriamo la stessa strada per raggiungerli.

 

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