Attenzione: c’è un saggio che ci avverte sulle parole “fasciste”. Sarà proibito dire “me ne frego”?

24 Gen 2024 14:06 - di Redazione
parole fasciste

Nel clima orwelliano che pervade ormai il dibattito sul fascismo. finito nel 1945 ma non per tutti (in primis gli antifascisti) il sito della Treccani recensisce un libro di Valeria Della Valle e Riccardo Gualdo, “Le parole del fascismo. Come la dittatura ha cambiato l’italiano“, edito dall’Accademia della Crusca con Repubblica, con prefazione di Claudio Marazzini, presidente onorario della Crusca: il volume è corredato da un Glossario.

Lo scopo? Ovviamente stabilire un’eredità tra fascismo e Fratelli d’Italia. Si legge infatti nel libro: “Fratelli d’Italia e i suoi movimenti giovanili ripropongono un repertorio di simboli, loghi e parole d’ordine pieno di allusioni più o meno esplicite al Ventennio; perfino lo slogan più vistoso della campagna per le elezioni politiche 2022, l’esclamazione “Pronti!”, suona come la risposta a un appello quasi militaresco e ricorda l’enfasi del dialogo mussoliniano con le folle”.

Insomma, concludono gli autori, è bene conoscere quali sono le parole del fascismo per “rafforzare gli anticorpi della società”. Quindi abbiamo visto che “pronti” è termine sospetto. Figuriamoci “me ne frego”, motto che esprime “una strafottente arroganza”.

Aleggia la tentazione della cancel culture anche verso “aspetta e spera” (in senso ironico); gettare il cuore oltre l’ostacolo; credere, obbedire combattere;  vincere e vinceremo; vivere pericolosamente; minculpop; velina; noi tireremo dritto; adunata e saluto romano.

Il quale per essere considerato fascista deve essere siffatto: “Saluto con il braccio alzato di circa 135 gradi rispetto all’asse verticale del corpo e con la mano tesa con la palma rivolta verso il basso e le dita unite”. Occhio a come si alza il braccio, quindi.

Il testo lancia un allarme lessicale: se nel 1975 le “Parole del fascismo“, ricordate nel libro omonimo di Giovanni Lazzari, “venivano definite nella prefazione di Giuliano Manacorda in preda a “una caducità pressoché totale”, 50 anni dopo scopriamo che forse non è andata così. Le ricadute linguistiche della politica fascista sono innumerevoli, secondo Gualdo e Della Valle: dalla propaganda ai mass media, dalla toponomastica fino persino all’onomastica”. E, udite udite, vi sono anche “i Benito battezzati dopo il Ventennio“. Pericolosi eversori che dovrebbero, s’intende, cambiare nome…

 

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