L’economista Guida: “Giusta la visione del governo: dallo Stato pochi vincoli e vero sostegno alle imprese”

16 Gen 2023 16:56 - di Mario Campanella

Roberto Guida, 55 anni, napoletano, economista di fama nazionale, ordinario di Finanza Imprenditoriale alla Facoltà di Ingegneria del Campus Bio-medico, top manager dell’incubatore di nuove imprese tecnologiche del gruppo Marzotto. Un innovatore che lavora costantemente per sostenere lo sviluppo delle start up.

Qual è il suo giudizio sul programma economico del governo Meloni?
“Trovo che i contenuti siano semplici e chiari in termini di obiettivi di politica industriale. Concordo con la Presidente Meloni sulla necessità di una ridefinizione sostanziale del rapporto tra Stato e sistema produttivo che vada nella direzione di una reciprocità virtuosa delle diverse posizioni. Condivido che l’idea di fondo è quella di favorire una rivoluzione culturale che assegni allo Stato un ruolo di sostegno e agevolazione dell’azione imprenditoriale nel rispetto del principio di sussidiarietà e di libertà di impresa, consentendo a quest’ultima di creare occupazione e sviluppo senza vincoli burocratici, con regole certe e risposte in tempi ragionevoli”.
Il 2023, come anticipato da Draghi, segnerà probabilmente una recessione ancora maggiore per il nostro Paese rispetto al resto dell’Europa. Quale può essere la ricetta giusta per frenare la caduta?
“I vincoli collegati alla impossibilità di agire direttamente sulla politica monetaria, demandata alla BCE, e la scarsa capacità di finanziare la spesa pubblica per investimenti a causa del già rilevante ricorso al debito, lasciano pochi margini di manovra. La principale leva di contrasto al probabile rallentamento dell’economia dovrebbe essere ricercata in una sostanziale riqualificazione nella destinazione delle risorse a disposizione del PNRR. Puntare su una revisione e proposizione organica degli strumenti di sostegno al sistema produttivo, ed in particolare alla crescita delle piccole e medie imprese, potrebbe aiutare a contrastare gli effetti della recessione sui livelli occupazionali”.
Meloni ha riservato due terzi della manovra al contenimento dei costi energetici e si è battuta per il price cap. Quale soluzione ci può essere, nell’immediato, per sostenere famiglie e imprese?
“La soluzione potrebbe essere intensificare la politica di contenimento dei prezzi già messa in campo dal governo con interventi di controllo e contrasto ai comportamenti opportunistici degli operatori speculativi, così da ridurre la perdita di potere d’acquisto delle famiglie. Allo stesso modo, sarebbe necessario proseguire nelle politiche di sostegno al reddito dei lavoratori, anche attraverso l’ulteriore ampliamento degli incentivi alla defiscalizzazione dei fringe benefit offerti ai dipendenti dalle imprese. Il sostegno alle realtà produttive dovrebbe puntare al rafforzamento del “Sistema Italia”, rappresentato dalle imprese tipiche del made in Italy, del turismo e dell’alimentare, riorganizzando in modo sinergico e coordinato il sistema degli incentivi e delle aziende partecipate dallo Stato che li gestiscono. Una cabina di regia interministeriale che agisca da volano di una proposizione organica delle opportunità a disposizione delle imprese potrebbe essere un efficace strumento di politica industriale”.
Il gruppo Marzotto è all’avanguardia nel sostegno alle innovazioni e alle start up. Il problema delle risorse nella ricerca accompagna da 40 anni il dibattito nel nostro Paese. Si aspetta un’inversione di tendenza?
“In realtà, non è solo un problema di risorse: è il modello che andrebbe modificato. Ancora oggi la ricerca applicata si muove con logiche di iniziativa accademica, basate su scelte spesso autoreferenziali legate a filoni di innovazione senza una reale possibilità di ricaduta “industriale” o di chance di mercato. L’inversione di tendenza è possibile a condizione che si favorisca l’adozione di una politica sistematica di condivisione dei progetti di innovazione, attraverso la stretta collaborazione tra Imprese e sistema della ricerca accademica. Il modello è quello dell’Innovazione aperta, basato sulla collaborazione tra pubblico e privato per favorire la creazione di ecosistemi che favoriscano la nascita di nuove iniziative imprenditoriali come risultato di una più stretta relazione tra ricerca accademica, grandi imprese e start up”.
La destra al governo oscilla tra economia sociale di mercato e tentazione liberista. Può esserci una sorta di via italiana o mediterranea?
“Oggi si può immaginare una terza via rispetto alla storica polarizzazione che passa per la realizzazione di una politica economica basata su due pilastri: il ruolo delle grandi imprese partecipate dallo Stato e il sostegno alla valorizzazione dei corpi intermedi e del terzo settore. La scarsità di risorse pubbliche e i vincoli europei assegnano allo Stato la possibilità di svolgere un ruolo sussidiario che può essere efficacemente esplicato anche attraverso l’azione di guida e sostegno ai processi di crescita economica del sistema imprenditoriale da parte delle grandi imprese ad indirizzo pubblico, in modo da favorire fenomeni collaborativi con università e nuove imprese e di creare le condizioni per la nascita di nuova imprenditorialità e nuova occupazione. L’economia sociale può essere sostenuta attraverso strumenti di fiscalità di vantaggio in grado di favorire iniziative sostenute dagli attori privati, attivando ulteriori risorse utili a contribuire alla crescita e al benessere sociale del Paese”.
L’ancoraggio all’Europa è imprescindibile ma il sistema di sviluppo finora sperimentato sembra insufficiente a creare omogeneità tra i singoli Paesi. Ci vuole una svolta?
“Una svolta è necessaria se si vuole rilanciare l’idea di Europa e darle un fattivo ruolo nello sviluppo economico e sociale dei paesi aderenti. La chiave è creare strumenti di sostegno alla crescita con caratteristiche dimensionali e di flessibilità tali da risultare incisivi a livello di intera area economica. Penso ad esempio al modello del fondo sovrano che investa sia in infrastrutture strategiche, sia in iniziative imprenditoriali di scala globale, valorizzando le vocazioni e le opportunità derivanti dalla posizione geografica, dalla storia industriale e dalle caratteristiche socio-economiche dei diversi paesi europei”.
Quanto crede possa influire ancora l’effetto guerra sull’economia globale?
“Meno dello scorso anno, anche perché dopo lo shock iniziale i sistemi paese e le filiere industriali globali hanno subito processi di aggiustamento adattivo in risposta alle distorsioni create dalla fase appena successiva allo scoppio del conflitto. Rimarranno, almeno nel medio periodo, gli effetti del rialzo dei prezzi delle materie prime e quello del riposizionamento delle politiche monetarie delle banche centrali, con conseguenze sulle politiche di indebitamento sia degli Stati, sia delle imprese”.

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