La grande bellezza dei borghi del sud: il futuro delle aree interne va protetto dalla “desertificazione”

7 Gen 2023 10:30 - di Lorenzo Peluso

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Non possiamo far morire le piccole realtà delle aree interne. Succede anche troppo velocemente, ed è ora di reagire. In troppi si riempiono la bocca di “spopolamento” di “aree interne” di giovani e di futuro. Di Sud, di “turismo sostenibile”. In troppi lo fanno, ma davvero in pochi hanno a cuore seriamente le sorti di chi qui ci vive, perché ha scelto di rimanere, o magari di tornare. La questione è fin troppo semplice: occorre rimboccarsi le maniche ed inventarsi un modo equilibrato e giusto per “vivere” in questi luoghi ricchi di potenzialità per troppo tempo lasciati a marcire nell’umidità di una stagnazione culturale e sociale che si è adattata alle carezze di un assistenzialismo di convenienza, senza ascoltare seriamente chi in queste cosiddette “aree interne” ci vive e prova a sopravvivere.

Sfatiamo contestualmente anche un falso messaggio che da troppo tempo ha occupato spazio insinuandosi nelle menti come “verbo”: la sensibilità ed il rispetto della natura e dei luoghi è solo appannaggio di alcuni. Non è così; assolutamente non lo è. Non è neppure complicato dimostrarlo. Innanzitutto perché se esistono dei luoghi straordinari e magnifici nella loro bellezza paesaggistica ed ambientale oltre che a madre natura certo lo si deve anche a coloro che da milioni di anni quei luoghi li abitano, li vivono e dunque ne conservano e rispettano la loro essenza. I custodi della bellezza sono gli uomini che quella bellezza la curano e la tramandano. Quelle donne e quegli uomini che hanno creato nei secoli un equilibrio con le montagne, la flora e la fauna che li circondano.

La dimostrazione tangibile di questa affermazione risiede nella sfida che noi tutti stiamo affrontando da troppo tempo per “non far morire di spopolamento quelle aree interne” di cui tutti sembrano interessati. Ma come farlo, se mai è la questione? Certo dando la possibilità a queste comunità di continuare a vivere, facendo ciò che hanno imparato a fare da secoli: abitare i luoghi con rispetto ed equilibrio. Il vero dramma per la natura e l’ambiente infatti è l’abbandono. Fin troppo banale citare i fenomeno di dissesto idrogeologico causati appunto dalla mancanza di cura e di vita da parte delle comunità locali. Ma il problema più grave, ritengo sia addirittura un altro. Il venire meno delle comunità causerà una tragedia culturale e sociale senza pari. Si perderà per sempre quel bagaglio di esperienze, di saperi, di culture e storie maturate in quei luoghi che hanno nei secoli costruito quell’equilibrio fondamentale che ha garantito all’uomo di vivere ed abitare adattandosi alla natura tanto preziosa per l’umanità.

Dunque chi deve reagire? Anche qui la risposta è pressoché scontata: gli abitanti, i custodi. Sono loro che devono rimboccarsi le maniche, riappropriarsi di ciò che gli appartiene, attenzione non il territorio, ma l’esperienza e la cultura del preservare, del tramandare, del vivere in un equilibrio rispettoso dei luoghi e della natura. Gli abitanti delle aree interne non hanno alcun bisogno di “pontificatori” a casa altrui; di “integralisti ambientali” che fanno il loro mestiere, ossia preservare i loro interessi. Le nostre montagne, la nostra natura, non ha bisogno di “riserve” al servizio di coloro che per la gita fuori porta domenicale, allontanandosi dalle loro comodità quotidiane, trovino ambienti mummificati che li attendono. Le nostre montagne, la natura straordinaria che ci circonda ha solo bisogno di donne ed uomini di buona volontà che mettano in atto il meglio delle esperienze che i nostri avi ci hanno lasciato nel rogito delle loro esistenze. I luoghi appartengono alle genti che li abitano, sono loro che li devono preservare, migliorare e custodire, perché è la loro esistenza stessa che è legata alla qualità di quei luoghi. Meglio è conservata la natura, maggiore è l’equilibrio tra uomo ed ambiente e più elevata è la garanzia di sopravvivenza di quegli stessi uomini che quei luoghi abitano e vivono. Le piccole comunità dell’Appennino Meridionale dunque hanno il dovere di riprendersi ciò che gli appartiene: la responsabilità di abitare quei piccoli borghi che nel mentre stanno morendo.

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