Statali, la settimana lavorativa di 4 giorni non è un tabù. Zangrillo: «Con le giuste condizioni…»

7 Nov 2022 18:49 - di Luciana Delli Colli
settimana lavorativa 4 giorni

Non per quanto tempo, ma con quali risultati. Il ministro Paolo Zangrillo ha chiarito che anche per i lavoratori della pubblica amministrazione è possibile un cambio di paradigma, che sposti l’attenzione da quanto tempo permangono al lavoro a quali obiettivi raggiungono. Un discorso che va di pari passo anche con le riflessioni sullo smart working. «Non è vero che non se ne parla proprio, ma bisogna trovare le condizioni perché in quattro giorni le persone abbiano un livello di produttività adeguato si può fare», ha detto Zangrillo a proposito della possibilità di prevedere una settimana lavorativa di 4 giorni, sulla quale il Portogallo in questi ha annunciato una sperimentazione e in Italia ragionano alcune aziende.

Dalla settimana lavorativa di 4 giorni allo smart working: le nuove forme di organizzazioni

Anche parlando dello smart working il ministro, ospite di Un Giorno da Pecora su Rai Radio1, ha sottolineato come la produttività possa trovare slancio nelle nuove forme di organizzazione del lavoro. «Prima della pandemia – ha ricordato Zangrillo – i lavoratori in smart working erano 500mila in Italia, ora sono 5 milioni e mezzo. E le aziende ricorse allo smart working non sono fallite, anzi molte di queste hanno dichiarato che è aumentata la produttività». «Dunque, lo smart working è uno strumento da utilizzare, con la consapevolezza che ci vuole un approccio al lavoro diverso rispetto a quello tradizionale», ha aggiunto il ministro, chiarendo che «desidero e farò di tutto perché i sindacati siano dei compagni di viaggio».

Zangrillo: «Lavorare sui salari, anche valutando competenze e risultati»

«Nel lavoro tradizionale – ha quindi proseguito il ministro – il capo controlla anche visivamente e fisicamente le persone, nello smart working non agisci attraverso il controllo, ma valuti i risultati. Io credo che se si organizza bene lo smart working è più produttivo, perché crei le condizioni affinché una persona si trovi in un contesto a lui familiare e quindi ha la possibilità di esser più sereno». Anche per quanto riguarda i salari il tema centrale è, oltre a quello delle competenze, quello dei risultati raggiunti. «Penso che dobbiamo lavorare sui salari, riconoscendo alle persone il proprio valore. I salari si devono riconoscere in ragione delle competenze e dei risultati che le persone esprimono. Questo è un tema, il merito, che vorrò affrontare nella PA», ha risposto Zangrillo, parlando anche dei premi di produzione «alle persone meritevoli», con cui si può anche «determinare un effetto di contagio virtuoso verso gli altri».

Il tetto agli stipendi? «Fosse per me, lo toglierei»

Zangrillo, poi, ha voluto sfatare il “mito” dei fannulloni nella pubblica amministrazione: «Sono dappertutto, nelle aziende pubbliche e in quelle private». «Io ho imparato una cosa: per combattere il “fannullonismo” la cosa importante è creare le condizioni affinché le persone sul lavoro siano motivate, maturino orgoglio di appartenenza», ha detto il ministro, aggiungendo di non credere che l’immagine di dipendenti pubblici poco appassionati «sia colpa dei dipendenti, ma probabilmente di chi li ha gestiti». Infine, una riflessione sul tetto agli stipendi. «Le competenze si pagano, se vogliamo attrarre talenti dobbiamo pagarli come li paga il mercato. Se io non sono in grado di retribuire un talento, come fa il mercato, è evidente che questo verrà difficilmente da me». Dunque, sul tema «bisogna riflettere e condividere. Fosse per me – ha però chiarito il ministro – io lo toglierei».

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