Del Debbio: giornalisti genuflessi con Draghi, ora fanno i battibecchi. Solito doppiopesismo

23 Nov 2022 8:51 - di Francesco Severini
Del Debbio

C’è un evidente doppiopesismo nel modo in cui i giornalisti trattano il premier Meloni e il modo in cui si genuflettevano dinanzi ai premier che l’hanno preceduta. Lo fa notare Paolo Del Debbio commentando oggi su La Verità il battibecco tra la premier e i giornalisti indispettiti dal fatto che dopo 15 minuti volesse abbandonare la conferenza stampa sulla manovra per un altro impegno istituzionale.

“Sono rimaste negli annali e nella memoria collettiva – scrive Del Debbio –  ai tempi di Draghi, domande al presidente del Consiglio del tipo: «Da tutto il mondo arrivano i complimenti per come ha gestito la pandemia. Si sente più soddisfatto o sente crescere in lei il senso di responsabilità?». Si direbbe che i giornalisti si fossero trasformati in un gruppetto di esistenzialisti degli anni Trenta francesi, mancava solo il dolcevita nero. A tutto questo seguiva la standing ovation finale. Insomma tutto quanto prima era ottimo ora e pessimo, senza vie di mezzo, senza mezze misure, senza sconti. Prima era il regno della prudenza dettata da saggezza, ora è il regno della paura dettata da non sapere bene cosa fare”.

L’esempio fatto da Del Debbio è calzante. Ma ancora prima chi non ricorda i ritardi di Conte nell’annunciare i sui decreti sul lockdown e le mancate critiche della stampa? E che dire della stizza con la quale sempre lo stesso Conte reagì a Bergamo alla domanda di una giornalista sulla mancata zona rossa? Per non dire dei tempi in cui, sotto il governo Monti, Repubblica scriveva che le fibrillazioni dei mercati erano da addebitare alle critiche che il Pdl esternava contro l’esecutivo. In effetti fu quello il momento di maggior feeling tra la stampa italiana e un presidente del consiglio. Assistemmo alla glorificazione delle lacrime di Elsa Fornero e, mentre Monti reintroduceva l’Imu, leggevamo di come la moglie si recasse al negozio “palla di pelo” per acquistare i croccantini per il cagnolino Empy.

Ma ora abbiamo una stampa agguerrita e “militante”. Oggi siamo al punto che un cronista dice al presidente del consiglio che dovrebbe parlare di meno per lasciare spazio alle domande. E in una domanda s’infila anche il predicozzo: “Avete imparato la lezione dopo lo scontro con la Francia?”. Giorgia Meloni ha risposto piuttosto irritata, e ha fatto bene. Ma occorre andare al sodo.

Che cosa non sta bene ai giornalisti della stampa progressista? Non certo il fatto che non possono fare domande. Semmai il fatto di avere perso il potere di legittimare un leader politico e la sua azione di governo. In altre parole, del livore di Repubblica, dell’astio della Stampa, del redivivo antifascismo del Domani, non frega niente a nessuno. Il loro vano agitarsi non porta a nulla. Anzi. Nell’ultimo sondaggio FdI cresce ancora, in una settimana, di quasi mezzo punto. Come non riescono più a legittimare, non riescono più neanche a demonizzare. E’ questo l’interiore rodimento dei giornalisti che si lamentano delle mancate domande. Null’altro che questo.

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