Il liceo del “Made in Italy” proposto dalla Meloni può aiutare a vincere la sfida identitaria nel mondo

5 Set 2022 11:19 - di Mario Bozzi Sentieri

Dietro l’apparente disincanto, che sembra segnare questo nostro tempo post ideologico, ad emergere, da Sud a Nord, è una forte domanda di tutela dei territori, di conservazione delle memorie locali, dei borghi antichi, dei mestieri tradizionali, delle identità diffuse che vengono a delineare un’Italia profonda, tutta “da rappresentare”. Sono tendenze non più legate al vecchio localismo, al folklore e al provincialismo, ma impegnate a fare sistema, a promuoversi, attraverso forme di consorzio e di valorizzazione legate ai prodotti della terra, all’artigianato, al turismo.

Il patrimonio di ogni aggregato urbano, piccolo o grande, ha – del resto – una duplice valenza, insieme fisica e spirituale. E’ fatto di pietre, di monumenti e di memoria, ma questa memoria si incarna anche nel vissuto quotidiano, nelle produzioni materiali, in quella che è stata definita “l’architettura del commercio”, nell’arte delle botteghe e nel lavoro degli artigiani, nell’eleganza degli arredi e nella tipicità delle produzioni.

Sono i mille mestieri tradizionali che innervano la nostra più grande identità nazionale e che bene si possono coniugare con l’idea del “made in Italy” ovvero di quel modo di immaginare, progettare e   realizzare cose che ha fatto grande la nostra nazione. Numeri e creatività insieme a tradizioni diffuse sono la formula vincente su cui scommettere.

La dimensione artigianale, territoriale e tradizionale, è infatti l’altra faccia del “Made in Italy”.  L’originalità, la cura per i dettagli, la ricercatezza dei materiali e l’eccellenza della produzione artigianale sono i fattori principali di questo successo e della sua diffusione. Sono il suo valore culturale, sociale ed economico insieme.

Non a caso nella Brand Finance Nation Brands 2021, l’Italia si trova al 9° posto, con un  valore del brand Italia stimato in circa   1.985 miliardi di dollari: un valore certamente importante che però può essere ulteriormente implementato in ragione di una strategia di sistema, che – ad oggi – sembra mostrare qualche smagliatura. Se infatti – come evidenziato dalle analisi di Brand Finance – traspare che vi sono alcune imprese italiane molto abili nello sfruttare l’immagine italiana, ad eccezione di settori specifici come lusso, moda, design e food, il “Made in Italy”  sembra avere un’immagine meno forte del Made in Germany, in Usa e in France.

La debolezza del Marchio Italia dipenderebbe per Brand Finance principalmente dalla difficoltà di fare business (troppa burocrazia e carenze in termini di sistema giudiziario), dalla gestione della cosa pubblica e dalla qualità della comunicazione di privati e imprese. A livello globale, USA, Cina, Giappone, Germania e Regno Unito risultano i brand nazionali a più alto valore aggiunto, gli stessi del 2020.

Non basta allora la qualità e la creatività dei nostri produttori ad affermare il valore del “Made in Italy”. Occorre “fare sistema”, riaffermando la centralità del marchio italiano, elaborando strategie di comunicazione, di valorizzazione dei territori, di formazione e coinvolgimento delle giovani generazioni.

Un dato significativo, su cui lavorare,  è che, nel pieno della trasformazione digitale, si stia assistendo ad un ritorno ai vecchi mestieri da parte delle nuove generazioni. La rivoluzione dell’artigianato parte da manualità e creatività: professioni qualificate in grado di offrire rilevanti opportunità occupazionali, anche se spesso considerate come seconda scelta nei percorsi accademici dei giovanissimi. D’altro canto secondo i bollettini mensili del Sistema informativo Excelsior, realizzati da Unioncamere e Anpal, circa 4 azienda su 10 hanno avuto difficoltà a trovare i candidati per ricoprire i ruoli vacanti: complessivamente, nel primo semestre 2022, si parla di quasi un milione di posti di lavoro di difficile reperimento. Questa percentuale si alza se si va ad analizzare la categoria degli operai e artigiani specializzati: oltre il 50% delle aziende ha avuto difficoltà a trovare professionisti (si parla complessivamente di oltre 200mila figure qualificate nel solo primo semestre) sia per mancanza di professionisti, sia per preparazione inadeguata.

In questo ambito l’idea  del “Liceo del Made in Italy” – lanciata  da FdI – può essere un passaggio importante  per dare qualità e prestigio al contesto lavorativo e culturale del “Marchio Italia”, formando gli studenti  sia dal punto di vista della conoscenza della produzione italiana di alto livello sia della promozione delle attività di business orientate verso il mercato estero, sia di collegamento sui territori per valorizzare e promuovere le tipicità locali, i mestieri diffusi, le  produzioni di nicchia.

Qui il cerchio si chiude ritrovando oltre i marchi d’eccellenza (agli apici delle graduatorie internazionali) il senso di un impegno e di identità collettive che richiedono una nuova consapevolezza e adeguati investimenti, in ragione del valore culturale e territoriale del “fare italiano”, della sua promozione, del coinvolgimento delle giovani generazioni, delle politiche formative. In quest’ottica tradizione ed innovazione non sono in contrasto, ma vanno declinate insieme: due facce di una stessa realtà, orgoglio di memoria, di professionalità, di eccellenza, di business su cui scommettere, adeguando strumenti d’intervento e di promozione. Per valorizzare le nostre tipicità. Per giocare alla pari, a livello internazionale, la partita della concorrenza.

 

 

 

 

 

 

 

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