Palamara ricostruisce i rapporti vischiosi fra il Pd e la magistratura: ecco come funziona

20 Ago 2022 17:57 - di Paolo Lami
Palamara

Rapporti fra magistratura e Pd, relazioni tossiche fra giornalisti e potere politico-giudiziario, messaggi trasversali spediti alla controparte attraverso convegni dove sono piu le toghe che il pubblico in sala: Luca Palamara racconta in una imbarazzante (per il Pd) intervista i trattamenti in guanti bianchi che le Procure hanno riservato agli uomini del Nazareno.

L’ex-presidente dell’Anm può ragionevolmente essere definito, come fa La Verità, “uno dei massimi esperti” in materia di rapporti con la politica, di sinistra e e del Pd  particolare.

Palamara, la cui moglie lavora alla Regione Lazio, aveva rapporti strettissimi con Zingaretti. Indimenticabili i suoi affettuosi messaggi Whatsapp scambiati con il presidente della Regione.

Siamo tutti con te, un abbraccio”, scriveva con entusiasmo contagioso il pm al piddino. E, poi, ancora più coinvolto emotivamente, rincarava: “Grande Nicola, grande vittoria! Ripartiamo da questo!

In queste ore in giro per presentare il suo secondo libro sul Sistema e in corsa per una candidatura in Parlamento Palamara rispolvera le faccende giudiziarie imbarazzanti del Pd quando, per esempio, venne travolto – prima di tutti gli altri – nello scandalo soprannominato con incauta fantasia dall’Espresso, “Roma Capitale”.

Un’etichetta che finì via via appiccicata come un bollino di garanzia sui vari esponenti del Pd romano che finirono travolti da quell’inchiesta. Che, letteralmente, decapitò il Pd romano e i suoi ras.

Incalzato da La Verità, Palamara ricorda l’incontro notturno con Zingaretti per parlare di Venafro e dell’inchiesta Mafia capitale.
«Posso confermarle che in quella occasione l’incontro aveva a oggetto le dimissioni di Venafro, ma, come ho già detto, parlerò di questi fatti davanti all’autorità giudiziaria».

“Lei consigliò quelle dimissioni a Zingaretti?” chiede incuriosito il cronista.
«Più che consigliarle, mi sembravano a quel punto inevitabili».

E qui, inevitabilmente, arriva la domanda delle cinque pistole: “Prima di dare quel suggerimento si era consultato con l’allora procuratore Giuseppe Pignatone o con qualcun altro?”
“Diciamo – risponde cauto Palamara – che ne avevo parlato in Procura».

Zingaretti e Palamara si erano visti pochi giorni prima
al Csm. “L’argomento era lo stesso?”
“Sì – ammette Palamara. – L’inchiesta Mafia capitale, che coinvolgeva anche alcuni dem, aveva creato fibrillazione nei rapporti tra una parte del Pd, quella che comandava, e i vertici della Procura di Roma.
E io ho avuto modo di discutere di questi aspetti sia con il presidente Zingaretti sia con Pignatone anche nei giorni precedenti alla partecipazione di quest’ultimo a una conferenza del Pd”.

Una conferenza che fece scalpore proprio per la presenza del capo della Procura della Capitale. In molti rimasero allibiti per quella scesa in campo ufficiale di Pignatone. E per i tempi della vicenda visto che, poche ore dopo, sarebbe deflagrata  l’inchiesta che vedeva indagati anche uomini del Pd.

“In quel caso l’invito” a partecipare al convegno “fu rivolto direttamente a Pignatone – ricostruisce Palamara – da qualcuno del partito di Roma. Io rimasi colpito da quella partecipazione visto che il procuratore era restio a prendere parte a eventi pubblici di questo tipo a cui era più facile trovare esponenti della sinistra giudiziaria adusi ad esporsi”.

Sembrava quasi un segnale da mandare all’esterno a favore del partito che stava per essere travolto con accuse gravissime di mafia. Era così?
«Io lo percepii in quel modo».

Ma nella storia dei rapporti vischiosi fra magistratura e Pd questo non è certo l’unico caso. E forse neanche il più eclatante.

La Verità ricorda un’altra vicenda spinosa e imbarazzante per il Pd, l’inchiesta della Procura di Perugia che costrinse alle dimissioni l’ex-presidente (Pd) della Regione Umbria Catiuscia Marini.

Anche in quel caso si parlò di pressioni di Zingaretti e del tesoriere Walter Verini.

E qui Palamara si addentra nei meccanismi del Sistema”. L’ex-pm romano, già segretario dell’Anm ed ex-consigliere del Csm la spiega così: “Arriva un uccellino che ti consiglia su come muoverti. Però direi: occhio, perché c’è sempre in agguato un cecchino che può colpirti alle spalle”.

Cosa vuol dire Palamara? “Se si porta la magistratura in un campo di contrapposizione politica tutti rischiano, nessuno escluso”.

L’ex-magistrato romano che ha messo a nudo le porcate delle toghe svela anche la data del big bang del buco nero magistratura-Pd romano.
“Ricordo che all’inizio della mia esperienza come presidente dell’Anm partecipai a un convegno organizzato dal Partito democratico di cui era segretario Walter Veltroni in via di Ripetta a Roma. Nel comitato organizzatore formato da parlamentari del Pd c’erano più magistrati che pubblico in aula. Ricordo un Veltroni visibilmente imbarazzato”.
Ma la Capitale così vicina ai luoghi del potere politico è un caso a parte? Secondo Palamara no: “Nel capoluogo lombardo e anche a Roma procuratori di peso come Edmondo Bruti Liberati o Pignatone gestissero l’azione penale anche politicamente».

Palamara è testimone degli incontri di Pignatone con Matteo Renzi e l’ex sottosegretario Luca Lotti alla vigilia dell’inchiesta Consip. Ma non solo.
“Sono anche testimone -ricorda l’ex-pm – di un incontro sulla terrazza dell’hotel Bernini di Roma in concomitanza con l’inchiesta Mafia capitale in cui l’allora neonominato direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana incontrò Pignatone, l’aggiunto Michele Prestipino e il sottoscritto. Quel pranzo fu organizzato da Sergio Crippa, manager di Italcementi e durante l’incontro vennero illustrati ai giornalisti gli sviluppi dell’indagine”.

Palamara affronta anche la questione dei magistrati che andranno in Parlamento, come il procuratore uscente dell’Antimafia Federico Cafiero de Raho o Roberto Scarpinato.

“De Raho la attese per due ore con la scorta in piazza Esedra. Di che cosa dovevate discutere?”, chiede La Verità.
“In quel periodo era in ballo un incarico a presidente di sezione al Tribunale di Napoli per cui era in corsa la moglie”.

E Scarpinato?
“Mi farebbe piacere – lascia cadere Palamara – che chiarisse la storia della documentazione trovata a casa di Antonello Montante (l’ex-paladino dell’Antimafia condannato dalla Corte di appello di Caltanissetta ad otto anni per corruzione e associazione per delinquere, ndr), al quale all’epoca moltissimi magistrati, compreso lui, si rivolgevano per fare carriera”.

Quanto all’ex-collega Carlo Nordio che dovrebbe essere candidato da Fratelli d’Italia, Palamara riconosce e ammette, senza difficoltà che “è sempre stato attaccato dalla sinistra giudiziaria, ma è uno di quei magistrati che oggi devo riconoscere, più di tanti altri, è titolato a parlare non avendo mai fatto parte del sistema di spartizione correntizia e non ha mai fatto il questuante per questa o quella nomina”.

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