Cina, la trappola del debito: “prestiti facili” ai Paesi in difficoltà in cambio delle infrastrutture

10 Ago 2022 20:00 - di Andrea Guglielmi
trappola cinese

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

La Cina ha incoraggiato le sue imprese, pubbliche e private, a investire in settori strategici all’estero sin dagli anni ’80. La sua azione più recente si basa su due pilastri principali: la “Belt and Road Initiative” (BRI), ossia un’imponente serie di progetti infrastrutturali che si estendono dall’Asia fino all’Europa e che comprende circa138 stati, e il “Made in China 2025”, una strategia decennale volta a garantire la posizione di primato nei settori high-tech, in particolare nella robotica e nelle auto elettriche.

Nel quadro della lotta per la ridefinizione del potere globale diversi esperti hanno messo in luce come Pechino stia deliberatamente perseguendo la cosiddetta “diplomazia della trappola del debito”. Dalle poche informazioni disponibili emergono alcune caratteristiche principali. I contratti cinesi contengono particolari clausole di riservatezza che impediscono ai debitori di rivelare i termini o addirittura l’esistenza stessa del debito. Molti dei prestiti legati alla BRI richiedono garanzie “sovrane” e le infrastrutture strategiche dei paesi riceventi, come i porti o le reti elettriche, sono generalmente usati come garanzie. La maggioranza dei contratti di ingegneria viene assegnata, senza una procedura di appalto pubblico, alle società cinesi che utilizzano lavoratori e attrezzature cinesi con pochissime ricadute sui posti di lavoro e lo sviluppo delle competenze locali. Infine, Pechino è stata più volte accusata di imporre requisiti di trasferimento tecnologico forzato in violazione delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La mancanza o la scarsa qualità delle valutazioni di impatto sulla fattibilità economica, sulla sostenibilità ambientale e sociale aumentano il rischio che i progetti legati alla BRI producano modesti ritorni economici e creino delle problematiche sociali.

In poche parole, a differenza dell’Ue, la Cina non richiede particolari condizionalità e i prestiti arrivano direttamente nelle casse dei Paesi terzi che, attratti dalle condizioni estremamente vantaggiose, cadono nella “trappola”. I problemi sorgono nel momento in cui questi debiti vanno a scontrarsi con le fragilità già presenti nel Paese in questione: la corruzione, l’instabilità politica e, soprattutto, problemi economici inattesi quali le ricadute del COVID o quelli relativi alla guerra in Ucraina. In questo modo la Cina genera una dipendenza, causata dal debito, la quale gradualmente diventa una leva sulle scelte interne del paese indebitato. Le clausole previste dai contratti possono comportare che, a fronte dell’impossibilità di pagare i propri debiti, si arrivi alla consegna delle infrastrutture oggetto del finanziamento al controllo della Cina. La Cina è il più grande prestatore mondiale e il più grande singolo creditore esterno per 30 Paesi. Come i bravi cacciatori anche i cinesi disseminano la carta geografica di “trappole” scegliendo accuratamente dove posizionarle. Ad oggi, il 47% dei prestiti totali sono stati concessi in Africa mentre il 27% in America latina e Caraibi. I restanti sono ripartiti tra Europa orientale (11%), Asia (10%) e Oceania (5%). I rischi correlati “alla trappola del debito” sono aumentati in modo significativo negli ultimi anni. Vediamo i più significativi.

Africa

Dal 2009 la Cina è diventata il primo partner commerciale dell’Africa, sorpassando gli Stati Uniti. Si stima che i finanziamenti cinesi in questo continente, dal 2000 al 2019, hanno raggiunto i 153 miliardi di dollari. L’80% di questi finanziamenti riguarda opere infrastrutturali, dai trasporti fino all’energia. L’esempio maggiormente significativo è Gibuti dove ha sede la prima base militare permanente all’estero della Cina. L’82% del debito estero di questo stato è detenuto da Pechino e, in caso di inadempienza, Gibuti potrebbe cedere il controllo del porto strategico di Doraleh all’ingresso del Mar Rosso e del Canale di Suez. In Kenya il porto di Mombasa, tra i più trafficati dell’Africa orientale, è stato utilizzato come garanzia per il prestito relativo alla costruzione della linea ferroviaria che collega Mombasa e Nairobi.

Asia

La tesi relativa all’esistenza della “diplomazia della trappola del debito” è nata dall’esperienza dello Sri Lanka dove è tuttora in corso una grave crisi economica che ha provocato una rivolta popolare che ha costretto alle dimissioni l’ex presidente Rajapaska. Una delle teorie maggiormente accreditate è che la Cina abbia prestato denaro allo Sri Lanka per costruire un importante porto ad Hambantota sapendo che Colombo avrebbe avuto gravi difficolta nel pagamento del debito. Non avendo i soldi per ripagare il prestito infatti, nel 2017, il governo srilankese ha ceduto per 99 anni ad una holding cinese il porto di Hambantota, snodo strategico proprio per la nuova Via della Seta. Sempre rimanendo nel continente asiatico a destare particolare attenzione sono il Laos, il quale ha recentemente firmato un accordo di concessione di 25 anni che consente a una società cinese di controllare la propria rete elettrica nazionale; la Malesia, snodo fondamentale per lo stretto di Malacca da dove transitano l’80% delle merci cinesi e il Pakistan dove Pechino ha investito una sessantina di miliardi di dollari per la realizzazione delle infrastrutture del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CECP). Al suo interno riveste un ruolo cruciale il porto di Gwadar, le cui attività dal 2016 sono gestiste dalla China Overseas Port Holding Company,

America Latina

Anche in questo continente la Cina si sta muovendo al fine di controbilanciare la presenza statunitense ed europea. I legami maggiori sono storicamente quelli con Cuba e il Nicaragua ma per quanto concerne l’aspetto creditizio è l’Ecuador il paese maggiormente esposto. Si calcola che Quito debba al Dragone una cifra che supera i 5 miliardi di dollari. Tale debito sarebbe il frutto dell’interesse di Pechino per le risorse legate al petrolio, all’industria mineraria e alla produzione di energia elettrica e le politiche dei governi “neo socialisti” guidati da Rafael Correa e Lenin Moreno.

Europa

Nel vecchio continente il caso principale riguarda il Montenegro. Nel 2014 il governo di Podgorica ha siglato un prestito per il finanziamento di una mastodontica autostrada con la China Road and Bridge Corporation. Il contributo concesso ammonta all’85% della spesa complessiva dell’opera. Questa autostrada, che dovrebbe collegare il porto di Bar con la località di Boljare, ad oggi non è stata ancora ultimata e il governo montenegrino ha serie difficolta nel reperire i fondi necessari. Accettando il prestito il Montenegro ha concordato alcune condizioni che includono la rinuncia alla sovranità su alcune parti del proprio territorio in caso di problemi finanziari e si teme che la Cina abbia messo l’occhio proprio sul porto di Bar. È bene ricordare che durante la crisi del debito pubblico greco Pechino ha acquistato la maggioranza delle quote dell’Autorità Portuale del Pireo, principale porto ellenico strategico per la sua posizione nel Mediterraneo.

Fortunatamente qualcosa si muove anche Bruxelles e l’UE sembra non essere intenzionata a stare a guardare. La principale risposta alle mire cinesi potrebbe arrivare grazie al Global Gateway. Con questa inizitiva l’UE intende offrire ai suoi partner internazionali una risposta tecnica e finanziaria all’urgente necessità di sviluppare infrastrutture digitali, energetiche e di trasporto, sostenibili e di alta qualità. Global Gateway mira a mobilitare investimenti fino a 300 miliardi di Euro nel periodo 2021-2027. Se concretizzata questa iniziativa potrebbe essere una prima riposta congiunta alla Cina e alla sua “nuova Via della Seta”.

Andrea Guglielmi

 

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