Rampelli: «La crisi è colpa del Pd ‘suo malgrado’. A Letta, pistolero sgangherato, sono partiti troppi colpi»

16 Lug 2022 14:23 - di Stefania Campitelli
“Tutti se la prendono con il M5S che ha osato non votare la fiducia a Draghi, pluri-celebrato dai salotti buoni, dalle consorterie, dalla Goldman Sach’s, dalle borse, dal Vaticano. Il pizzicagnolo del Tuscolano se potesse lo metterebbe sotto con la macchina, ma questo non fa statistica. Nessuno fin qui ha detto che un partito che ha perso le elezioni politiche del 2018, falcidiato pure da una scissione, non pago di trovarsi miracolosamente al governo, vuole comandare”. Così Fabio Rampelli sui social commentando le fibrillazioni, talvolta comiche, di questa crisi di governo.

Tutti a dare la colpa ai 5Stelle, ma è del Pd

In un post dal titolo “la pistola fumante e i colpi partiti per sbaglio“, il vicepresidente della Camera punta l’indice contro il Nazareno. Vero artefice del collasso politico. “Il Pd, anzi, anzi il PdP, Partito del Potere, acronimo anche di Paperon de Paperoni. Il partito dei soldi e dell’establishment. Quello praticamente che ha i voti di tutta la gente che ha sistemato. E dei familiari stretti che beneficiano delle posizioni acquisite. Non uno di più”, ironizza il deputato di Fratelli d’Italia. “Talmente abituato oggi all’esercizio del potere da non rendersi conto di essere minoranza sociale”.

L’arroganza della sinistra che vuole  governare senza voti

Il governo Draghi – ricorda Rampelli – era nato per fare le riforme necessarie a meritarsi i cospicui fondi europei. Per segnare la ripresa dopo la crisi mondiale della pandemia  al Covid. Per mettere a terra il Pnrr. “L’invasione dell’Ucraina poi sembrava aver reso ancora più ineludibile la necessità di un governo di ‘unità nazionale’. Almeno queste era le giustificazioni addotte per vedere insieme il diavolo e l’acqua santa”. Quello che nessuno aveva previsto, però, era l’arroganza senza limiti del Pd.

Draghi voleva fare l’autarca

“Ed ecco partire la campagna sul Ddd Zan. Primi barcollamenti. È vero che altri dall’emisfero destro della coalizione di governo hanno timidamente attaccato il reddito di cittadinanza. A più riprese. Non ritenendolo lo strumento giusto per combattere disoccupazione e povertà. Ma un conto sono le esternazioni. Altro conto le leggi portate in Parlamento. La legge Zan si è fermata a un passo dall’approvazione. La prosopopea del PdP però non ha limiti. Ed ecco atterrare in aula – prosegue Rampelli – la legalizzazione della droga. Anche questa legittima, per carità, ma con un governo politico sostenuto da una maggioranza omogenea”.

Il pasticciaccio brutto dell’inceneritore

Ma l’elenco non è finito. Segue la cittadinanza facile per gli immigrati, fermata anch’essa in zona Cesarini. “Il colpo di grazia per il M5S è stato l’inserimento nel decreto Aiuti dell’inceneritore di Roma. Una cambiale che il PdP doveva pagare per patti elettorali stretti con noti ambienti economici. Episodio che non solo sta fuori dagli accordi di governo. Ma sta fuori anche dagli accordi europei sul trattamento dei rifiuti e l’economia circolare. Insomma Letta non si accontenta di aver rimesso il suo partito al governo, vuole fare l’autarca“.

Gli accordi romani di Gualtieri non vanno toccati

“A questo gioco di ‘chi ce l’ha più duro’ ha invero partecipato anche il totem Mario Draghi. Risentito dal cattivo esito della sfida quirinalizia. Ha iniziato a menare fendenti su balneari, ambulanti, imprese edili, tassisti”, osserva l’esponente di FdI che non risparmia qualche critica agli alleati. “A questo punto, con Lega e Forza Italia totalmente in bambola, i 5Stelle hanno mangiato la foglia. E si sono detti ‘mbè, a questo punto battiamo anche noi i piedi per terra’. E hanno preteso  l’espulsione dell’inceneritore dal decreto. Ma si è levato un coro compatto di no. Gualtieri e i suoi accordi romani andavano difesi fino alla morte. Ce lo chiede l’Europa?… Anche no, ci chiede il contrario”.

La pistola fumante del pistolero sgangherato

La conclusione è un affresco degno di un western. “C’è una pistola fumante sul luogo del delitto. Ed è quella di Enrico Letta. Non l’ha fatto apposta, non voleva cadesse il governo, ma l’ha fatto. Gli è andato troppe volte il dito sul grilletto (o sul grillino?) e alla fine è partito un colpo. È il riflesso condizionato dell’arroganza con la quale da decenni la sinistra muove i fili della società. Vogliono comandare. Non sanno stare all’opposizione perché si sentono troppo ‘giusti’. Affiancati al trono dell’Altissimo. Speriamo non gli parta un colpo per sbaglio anche verso di Lui”.

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