E ora ci provano con Tajani: «Il Ppe lo vuole premier». Ma il tentativo di mettere zizzania non attacca

25 Lug 2022 9:36 - di Federica Parbuoni
tajani

Prende il nome di Antonio Tajani l’ultimo tentativo di ingerenza estera, e non solo, sulle scelte del centrodestra in fatto di premiership. Ieri, infatti, ha preso piede sulla stampa italiana l’indiscrezione secondo la quale il Ppe auspicherebbe un suo approdo a Palazzo Chigi, in risposta alle «preoccupazioni» rispetto a una possibile leadership non moderata e non sufficientemente apprezzata in ambienti internazionali. Tradotto: in caso di vittoria di centrodestra, gli ambienti “moderati” europei vorrebbero a Palazzo Chigi il coordinatore azzurro e non Giorgia Meloni. Non sfugge, nella circolazione dell’indiscrezione, anche un certo tentativo di mettere zizzania, alla vigilia del delicato vertice nel quale la coalizione affronterà il tema delle regole e dei collegi.

La Russa: «È il racconto della sinistra, che vuole a tutti i costi divisi»

La vicenda, infatti, ha commentato Ignazio La Russa, «tradisce un racconto della sinistra, che ci vuole a tutti i costi divisi, e invece saremo comunque d’accordo sulle regole, il candidato sarà chi prende più voti, lo ha riconfermato anche Salvini». «Non abbiamo un problema adesso, sceglieranno gli italiani, certamente non affidiamo la decisione ai giornali stranieri o al Ppe», ha aggiunto il vicepresidente del Senato, in un’intervista a quel Corriere della Sera che ha rilanciato i presunti “desiderata” dei popolari europei.

La replica di Tajani: «Non ne so nulla e non ambisco a nulla»

«Meloni non pretende di essere designata oggi leader del centrodestra, poi prenderemo atto del responso delle urne», ha ricordato La Russa, sottolineando che «non mi pare che Forza Italia abbia remore, e Tajani di fronte a un’improvvida interferenza del Ppe non ha aderito all’invito». Commentando l’ipotesi di una sua candidatura a Palazzo Chigi, infatti, Tajani ha spiegato di non saperne nulla, aggiungendo che «io non ho ambizioni di premierato, non sono candidato, sono a disposizione di Berlusconi e della coalizione per quello che tutti insieme vorremo fare. Sono sempre stato un soldato e non ambisco a nulla – ha chiarito – se non a essere utile al Paese e al centrodestra».

Uno stantio gioco di sponda tra «quotidiani stranieri e ambienti intellettuali italiani»

Restano dunque sul tavolo solo le «interferenze» esterne, che per altro non sono affatto una novità. «Se guardiamo la storia della destra – ha ricordato La Russa – ogni volta che chi è più accreditato a vincere si avvicina al momento del voto comincia un gioco di screditamento, che collega quotidiani stranieri e ambienti intellettuali italiani. Toccherà anche alla Meloni? Forse sì, ma per fortuna queste cose non incidono sul voto degli italiani».

Rampelli: «Al governo italiano pensano gli italiani»

La questione è stata affrontata anche da Fabio Rampelli, stavolta su Repubblica. Con una battuta il vicepresidente della Camera ha ricordato che «il presidente Tajani era addirittura monarchico!». Poi ha ribadito che «la regola fin qui valsa nel centrodestra prevede che a esprimere il premier sia il partito più votato della coalizione e così sarà anche dopo il 25 settembre. Con tutto il rispetto per il Ppe, del quale Meloni è stata parte senza che nessuno eccepisse nulla, al governo italiano – ha concluso Rampelli – pensano gli italiani».

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