Vent’anni dalla scomparsa di Carmelo Bene, genio del cinema, del teatro e della filosofia

giovedì 23 Giugno 18:03 - di Redazione
Carmelo Bene

Intervista al giornalista Flavio De Marco

Quest’anno ricorre il ventennale dalla morte di Carmelo Bene, attore, regista e drammaturgo fra i più geniali di tutti i tempi. Salentino doc, Carmelo Bene si forma al “Calasanzio” di Campi Salentina dai padri scolopi: il suo genio non sarà subito compreso alla Silvio D’Amico di Roma, la celebre scuola di arte teatrale. Esordisce con il Caligola di Albert Camus, ma, poi, dalla metà degli anni sessanta sarà sempre e solo regista di sé stesso. Il contatto con filosofi come Derrida, Foucault e Deleuze per alcuni, lo rende capace di proporre una autonoma visione filosofica e scientifica in chiave esistenziale. Fra gli studiosi che meglio hanno conosciuto la sua carriera e la sua propensione alla filosofia, il giornalista leccese Flavio De Marco che nel 2003 ebbe a pubblicare un video book, dal titolo Intuizione, dedicato al Maestro Carmelo Bene e successivamente ha tenuto vari seminari e conferenze sul tema. Secondo Flavio De Marco oggi, la proposta di studi e di ricerca attorno la figura di Bene è insufficiente e comunque fuori rotta.

Flavio De Marco, quale il rapporto tra filosofia, cinema e teatro in Carmelo Bene?
“È un rapporto molto stretto. Lui è un postnietzschiano, non ci sono dubbi e non solo perché trapela dalle sue stesse dichiarazioni e dai suoi libri e pubblicazioni video o sonore (fra cui Sono apparso alla Madonna, Opere, Quattro momenti su tutto il Nulla), ma anche perché la sua frequentazione con Deleuze, Derrida e Foucault non lasciano molte incertezze in merito. La sintesi, la “de-composizione” e la “de-strutturazione” del testo, l’o-skené ed il controlinguaggio nella comunicazione sono tutti meccanismi di difesa dalle insidie del Novecento, tutti tentativi di “alternativa” linguistica ed attoriale al consueto e al “discorso-potere” per dirla sempre con Foucault”.

 Cosa rappresenta in realtà l’o-skené?
“L’assenza dalla scena, un presente svanire, la voglia di sottrarsi alla rappresentazione non solo nel teatro ma nella vita d’ogni giorno. Carmelo Bene con l’o-skené sfida i razionalismi e gli idealismi, sfida la dialettica hegeliana. Come ti dicevo è un postnietzschiano. Alcuni attori credevano che Carmelo Bene voleva darsi un tono perseguendo questo genere di ricerca, in realtà, aveva superato le scuole, tutte le scuole pur avendo una formazione scolopica pesantissima.In Carmelo Bene l’assenza dalla scena è la dislocazione, non esiste alcuna recita, per intenderci. Piergiorgio Giacché nella pubblicazione Antropologia di una macchina attoriale, aveva fornito una spiegazione antropologica, appunto. Il punto che questa dislocazione ha origine filosofica: proprio Gilles Deleuze indicò questa via nella sua pubblicazione dedicata a Bene, “Un Manifesto di Meno”, dove, riferendosi a questa particolare formula dislocativa in Bene scriveva: “sprigiona una forza non-rappresentativa sempre instabile, che presenta senza rappresentare, rende una potenzialità presente, attuale”.

Flavio De Marco, lei, già, nel 2006 ha ricevuto un premio dal Presidente della Camera dei Deputati per la sua attività commemorativa nei riguardi di Carmelo Bene: cosa pensa delle commemorazioni del Ventennale dalla sua scomparsa.
“Per le commemorazioni attuali penso il peggio possibile. Carmelo Bene va di moda, fa gola a chi vuole mettersi in mostra, ci si da un tono molto spesso per apparire “originali”, in realtà molte “messe a suffragio” ma nessuno studio serio. Sono spuntati tanti fans club che non restituiscono la giusta dignità all’artista: reputo indecente la diffusione di alcuni suoi brani in Piazza Sant’Oronzo a Lecce (acustica e amplificazione pari a zero), queste persone che hanno organizzato volevano, a mio avviso, solo un pochino di pubblicità e se non hanno curato nel minimo dettaglio il sonoro, non hanno capito granché di Carmelo Bene. Nel 2006 il compianto collega, ex assessore alla cultura del Comune di Campi, Ilio Palmariggi, in seno alla Città del Libro mi conferì questo riconoscimento per conto dell’allora Presidente della Camera dei deputati, assieme all’attrice Marina Tagliaferri, ti assicuro che Carmelo Bene, nel 2006, non andava molto di moda, anzi, quando aprivo il discorso con qualche amico o collega mi prendevano per pazzo. Ma, meglio lo stato attuale dove, comunque, in maniera disorganica se ne parla”.

 Ha mai conosciuto i familiari di Bene?
“Si, ho conosciuto Salome’ Bene, la figlia e Raffaella Baracchi, la moglie: quest’ultima una combattente, una guerriera. Ho conosciuto ed intervistato Piergiorgio Giacché che ha spiegato meglio di chiunque il concetto di “macchina attoriale”, ma, ripeto la filosofia va aggiunta all’analisi su questo genio indiscusso”.

Cosa rappresenta per Carmelo Bene la macchina attoriale?
“La macchina attoriale, io dico sempre è una macchina della differenza. È una creatura beniana che gli consentiva di andare in diretta, pur avendo assunto tutte le categorie del reale e tutti i mezzi per la scena: gli stessi mezzi capaci di autodistruggerli all’occorrenza. Un super-attore, un oltreuomo, una macchina capace di dare sensazioni senza posizioni fisse, senza dialettica, ma con un rigore eccezionale. È come se tu fossi un grande saggio e hai tanti elementi per sostenere la scena, da qui non ti è difficile andare in diretta. E poi nella macchina attoriale c’è il sonoro, l’amplificazione, la modulazione, l’armonia delle frequenze, la phoné, la voce non “mascherata”, unica ed irripetibile di Bene”.

Carmelo Bene è un genio?
“Si un genio, come lo era Maradona, Van Basten, Hagi, Mennea o Maiorca, tecnica e capacità. Oltreuomini insomma”.

Il suo rapporto con il Salento?
Speciale il suo rapporto con la fede. Devoto di San Giuseppe Desa, delle contraddizioni del Sud e della sua Bellezza infinita. Credeva nella fides e non nella religio. Lo slancio spirituale era al centro della sua esistenza. Temi che vanno approfonditi per…Bene.

 

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