Natalia Aspesi ridicolizza le femministe sui bagni trans: non è che date troppa importanza al fallo?

24 Giu 2022 16:42 - di Vittoria Belmonte
Aspesi bagni trans

Natalia Aspesi ironizza sul dibattito sui bagni trans che Repubblica propone da qualche settimana ai propri lettori e lo fa con un breve pezzo dal titolo che dice tutto: “Finiremo nell’harem con i trans”. Per dire, con ciò, che i luoghi riservati alle donne finiranno per aprirsi a quelle che, pur essendo provviste di pene, pretendono il salto di genere.

Su Repubblica era stata Michela Marzano a porre il preblema delle donne col pene. Che per lei sono donne a tutti gli effetti. Marzano ha sentenziato che certo, le donne possono avere il pene, perché l’identità di genere non è legata al dato biologico. Cioè non è che se hai la vagina sei donna… E chi lo pensa, come la Rowling per esempio, fa parte della “comunità Terf”, sigla che sta per “femministe radicali trans escludenti”. In effetti sono problemi cui la gente pensa con grande intensità.

La Aspesi riassume così la questione sui gabinetti pubblici, “quelli segnati separatamente con donnina e omino sulla porta, non essendosi ancora provveduto ad altro simbolo per non binari, transgender, asessuati”. Dunque, ci si domanda, “consentire o non consentire l’uso di quello con donnina anche alle donne provviste di pene? Diventato accessorio femminile, non potrebbe in certi casi conservare la sua origine virile e non sentir ragione, costituendo così una minaccia, una pericolosità per le frequentatrici normodotate dei cessi?”.
La giornalista confessa a questo punto che il tema non la appassiona e che non è un’esperta essendo gli americani quelli  che si dedicano con più foga della sessualità. “Però sempre come identità e poco come pratica – motteggia la Aspesi –  perché studiare e approfondire va bene, ma peccare è una brutta cosa. Quindi non esiste ancora un dizionario italiano, che renda praticabile a tutti l’approccio e la comprensione di questi nuovi problemi”.
Tuttavia anche la Aspesi è presa da un dubbio: “Non è che stiamo ridando al pene, sia pure al gabinetto pubblico, il valore simbolico del fallo, cioè della mitica erezione, come fosse un obelisco, un monolito dell’antichità, da temere ma anche adorare, e meno male che per consolarci molti studiosi del ramo ci ricordano la sua somiglianza con un mestolo da cucina. Temo anche che con questo insistere su esclusioni e separazioni, questi progetti di rifiuto e difesa, questi cipigli e sfiducia, ci troveremo senza saperlo a vivere in clausura, in un harem, velate. Tra noi e speriamo qualche trans”.

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