Le proteste studentesche nei licei ridotte alla difesa delle magliette sopra l’ombelico

sabato 4 Giugno 10:31 - di Hoara Borselli
proteste studentesche

C’erano le proteste studentesche, gli anni della contestazione giovanile . C’erano. A metà degli anni Sessanta gli studenti mettevano in discussione i metodi, i contenuti della didattica. C’erano agitazioni che partivano dalla protesta per l’aumento del prezzo degli abbonamenti per l’autobus, alla rivendicazione di assegni di assistenza. Sotto l’impeto di un’agitazione sociale i giovani bloccavano e occupavano diversi licei. Gli studenti cercavano, attraverso quel dissenso,di far sentire la propria voce libera. Cosa è rimasto oggi di quel senso di rivendicazione? Magliette sopra l’ombelico e jeans strappati che offendono il decoro.

Nei licei le ridicole proteste studentesche

Se oggi capita di imbattersi in notizie di proteste studentesche, si legge dell’ennesimo sciopero per il dress code. I giovani hanno accettato tutto, il lockdown,il veto per due anni a qualunque forma di socialità, non stanno alzando un dito per le mascherine a scuola con 30 gradi. Se però tocchi loro, il modo di vestire, vorrebbero ribaltare il mondo. È successo a Bari dove la preside del liceo scientifico Banzi, Antonella Manca, ha scritto nero su bianco le linee guida per l’abbigliamento degli studenti con l’arrivo del caldo. Al bando anche i bermuda per i ragazzi considerati inammissibili a scuola. Il senso del messaggio della circolare che ha sollevato polemiche era “Se volete indossare determinati abiti fatelo fuori da qui, a scuola si sta in maniera decorosa”. È accaduto a Cosenza dove la preside Rosanna Perri dell’istituto scolastico “Lucrezia della Valle” ha suscitato indignazione per le sue posizioni e ha ribadito: “Sì,la divisa a scuola non mi dispiacerebbe affatto, tornerei ai grembiuli che trovo estremamente democratici perché azzerano le differenze “.

Il caso di Vicenza

L’ultimo caso è accaduto a Vicenza dove oltre 300 studenti hanno deciso di aderire allo sciopero indetto al liceo «Fogazzaro». Denunciano «un fatto sconcertante»: la preside dell’istituto «è entrata nelle classi chiedendo alle studentesse di alzarsi in piedi, per poi sanzionare tramite note disciplinari coloro che a suo parere non erano vestite in maniera adeguata al contesto scolastico». La dirigente Maria Rosa Puleo ha ribadito poi che a scuola non si va come in spiaggia e che vorrebbe vedere come andrebbero le cose se le studentesse andassero a colloqui di lavoro vestite in quel modo.

La libertà è unita al tema della responsabilità

Per gli studenti queste “imposizioni di decoro” sono un fatto sconcertante. Una riflessione è doverosa. La scuola è il luogo educativo per eccellenza. Se noi non educhiamo i giovani, se non facciamo loro capire il “perché” dei nostri sì e dei nostri no, allora è tutto finito. L’abbigliamento non è forma, è sostanza. E’ sostanza della persona. L’abbigliamento dice, infatti, della persona, del suo modo di relazionarsi, delle sue scelte di vita. Ognuno se ne assuma la responsabilità. E non mi si venga a dire che dare indicazioni sul modo di abbigliarsi è porre vincoli alla libertà personale. La libertà è sempre unita al tema della responsabilità. Quale effetto il mio abbigliamento può avere sull’altro?

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