Open Arms, il medico salito a bordo conferma che nessuno dei 147 clandestini era in pericolo di vita

venerdì 13 Maggio 12:40 - di Paolo Lami
Casarini_Ong_Mediterranea_Open Arms

Nuova udienza del processo Open Arms nel quale il leader della Lega, Matteo Salvini, presente oggi nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone assieme al suo avvocato, Giulia Bongiorno, è accusato di sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per aver impedito, da ministro dell’Interno – questa l’accusa formulata dalla Procura – lo sbarco di 147 immigrati che la nave della Ong spagnola era andata a prendere davanti alle coste libiche.

Oggi sul banco dei testimoni, chiamata dalla difesa di Salvini, salirà, fra gli altri, Anabel Montes, la ex-capomissione dell’Ong Open Arms.

“Alle 9.30 inizia la prossima sessione del processo contro l’ex-ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini per sequestro di persone e abuso di potere vietando lo sbarco delle persone salvate in tre operazioni di salvataggio nel Mediterraneo centrale ad agosto 2019 – ha detto, entrando in aula, Anabel Montes che sembra non spiegarsi il motivo per il quale è stata convocata come testimone a difesa. – La sua difesa mi chiama a testimoniare come capo missione della ong Open Arms al momento dei fatti. Che nessun colpevole rimanga impunito”.

La prima testimone ascoltata nell’aula bunker del carcere Ucciardone è stata Katia Valeria Di Natale, medico dell’Ordine di Malta.

Poi sarà la volta di Fabrizio Mancini, Direttore del Servizio Immigrazione presso la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del Ministero dell’Interno.

“I migranti erano tutti ammassati sulla nave, erano sotto un tendone e c’erano solo due bagni chimici. Alcuni erano affetti da infezioni e da scabbia“, sostiene la dottoressa Di Natale, salita a bordo quel giorno al seguito del procuratore di Agrigento di allora, Luigi Patronaggio che ha poi indagato Salvini.

“Inizialmente ci siamo confrontati con l’equipe di bordo, abbiamo fatto un breve giro sulla nave“, dice.

E alla domanda della pm Giorgia Righi su quali fossero le patologie riscontrate, la dottoressa replica: “Quello che abbiamo potuto valutare noi erano segni di parassitosi e infezioni della cute, per il resto non abbiamo potuto valutare, c’erano anche dei segni di scabbia“. Quindi nulla di grave da giustificare l’obbligo di sbarco in Italia per la quasi totalità degli immigrati.

“C’era anche una donna con delle ustioni pregresse e dei migranti con delle ferite, un signore aveva un ginocchio molto infiammato e ci è stato riferito dal medico di bordo che fosse stata provocata da un’arma da sparo“, aggiunge il medico. Insomma nessuno era in pericolo di vita. E la nave dell’Ong Open Arms, che aveva rifiutato il Pos, il Port of Safe da Malta, poteva tranquillamente dirigere verso la Spagna, paese di cui l’imbarcazione batteva bandiera, e che aveva offerto l’atterraggio in un Port of Safe.

Poco dopo nell’aula bunker dell’Ucciardone è toccato a Fabrizio Mancini, direttore del Servizio immigrazione del Ministero dell’Interno, chiarire come sono andate le cose.

Fino al 12 febbraio del 2019 era il Dipartimento per le Libertà civili del Viminale a decidere quale porto assegnare alle imbarcazioni con a bordo gli immigrati. “Ma – ricostruisce Mancini in aula – dal 12 febbraio, in seguito, a un incontro, la richiesta del Pos (Place of safety ndr) veniva veicolata direttamente al Gabinetto del ministro dell’Interno”.

Nell’agosto del 2019, quando si verificò il caso Open Arms, con 147 clandestini a bordo per quasi due settimane, “chi decideva l’assegnazione del Pos, i tempi e i luoghi?”, chiede il pm Geri Ferrara.

“Noi come direzione centrale immigrazione, o il mio direttore centrale, ma l’indicazione arrivava dal gabinetto del ministro – dice Mancini. – Quando sono arrivato, cioè la settimana prima, la procedura era quella. La procedura cambiò il 12 febbraio del 2019. Le procedure operative standard del 2015 che erano state messe in piedi per fronteggiare l’afflusso di immigrati che in quegli anni era stato considerevole, erano state determinate dalla necessità di dovere determinare il luogo di sbarco in relazione alla capacità di accoglienza dei migranti, una volta sbarcati – spiega il dirigente del Viminale. – Anche nel febbraio 2019 la richiesta di Pos veniva veicolata dalla Sala operativa ma girata al Dipartimenti Immigrazione, che poi attribuiva il luogo di sbarco”.

“Ma dal 12 febbraio del 2019, a seguito di un tavolo tecnico che si tenne con Capitaneria di porto, con Gdf, Marina, Dipartimento libertà civili, i presenti decisero all’epoca che in relazione al fatto che il numero di sbarchi era notevolmente diminuito, di non veicolare più la richiesta direttamente al Dipartimento Libertà civili, ma la richiesta del Pos veniva veicolata direttamente al Gabinetto del ministro”.

“I numeri di sbarchi più bassi sono nel 2018, intorno ai 13 mila – dice ancora Mancininel 2019 il trend era lo stesso, se non anche qualcosa di meno. Invece nell’ultimo periodo dell’anno abbiamo avuto un cambiamento del trend degli sbarchi“.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *