La scure dei censori politically correct sfregia pure Verdi: la Scala cancella la parola “negri” dal libretto

mercoledì 11 Maggio 11:35 - di Giulia Melodia
Verdi Scala

Il capolavoro di Verdi sfregiato alla Scala dall’ultimo inchino al politically correct. La foglia di fico della cancel culture prova a ossequiare ancora una volta il logoro cliché del politicamente corretto. Stavolta, a subirne l’oltraggio è il Ballo in Maschera, uno dei capolavori di Giuseppe Verdi, che gli alfieri del conformismo linguistico buonista e radical chic stravolgono nel libretto scritto nel 1858 da Antonio Somma. E cancellano la parola “negri” dal testo originale. Davvero possiamo dire di ritrovarci in piena “carnascialata” allestita nel tempio della lirica che è la Scala di Milano.

Il capolavoro di Verdi sfregiato alla Scala dall’ultima incursione del politically correct

Libero quotidiano, che dedica alla triste vicenda un approfondimento d’apertura di pagina con tanto di richiamo in prima emblematicamente intitolato “La Scala violenta Verdi”, nel dare conto dell’ultima incursione politically correct in servizio effettivo e permanente per la cancel culture, asserendo che «la dirigenza si presume all’unanimità – sovrintendente, direttore d’orchestra e quello artistico ecc, e magari pure il sindaco Sala –» interviene a gamba tesa nella quarta scena del primo atto. Quando la presunta strega in azione si trova al cospetto del giudice.

La frase “incriminata” del libretto “riveduta e corretta” grossolanamente

Il quale, nella “vituperata” versione originale, prende la parola per dire: «S’appella Ulrica, dell’immondo sangue de’ negri». La frase finisce sotto la mannaia della cancellazione e rivisitazione “correct” e diventa «s’appella Ulrica, del demonio maga servile». Senza neppure rendersi conto – come maliziosamente rileva il quotidiano diretto da Sallusti – che «si potrebbe vedere in questo aggiustamento gratuito un’inaudita e allusiva equivalenza tra il «sangue de’ negri» e un presunto loro servilismo verso il maligno. Insomma, un testo d’autore, riveduto e corretto alla Scala a favore del benpensantismo radical kitsch con una certa superficialità.

L’equivoco dei censori di turno: il riferimento del librettista non era agli uomini di colore

E con una foglia di fico che, se copre da una parte, lascia scoperte altre nudità lessicali significative. Appiccicata un po’ alla buona senza tener conto del fatto che in realtà il librettista voleva centrare nel suo mirino, non tanto la stravagante fattucchiera Ulrica, quanto il giudice descritto come un personaggio di infime qualità. Connotato come un personaggio intellettualmente miope. Grossolano nella critica. E di vedute a dir poco limitate. In buona sostanza, quindi, la frase incriminata non aveva nelle intenzioni iniziali di Somma l’obiettivo di mettere nel mirino la parola depennata per il riferimento a una etnica, bensì quella di sottolineare la grettezza e la meschinità dei moralisti di turno.

Cancel culture, quale sarà la prossima mossa?

Quello su cui dobbiamo interrogarci allora, è il limite di questi interventi e il suo progressivo sconfinamento in territori impervi che dovrebbero essere inviolabili. Milano non è Kabul o Islamabad dove il velo è chiamato a celare fisionomia, pensiero o incarnazioni di verità da tenere rigorosamente riservate. Coperte. E sotto silenzio. Salvo poi pretendere l’ostentazione del contrario, come nel caso del sindaco Sala che, inascoltato dopo la scomoda richiesta indirizzata al direttore d’orchestra russo Veleri Gergiev di una pubblica abiura dell’operato di Putin, ha pensato bene di depennare l’artista dal calendario della Scala. E allora ci chiediamo, dopo i classici: quale sarà la prossima mossa? La scure si abbatterà su Edoardo Vianello e i watussi (canzone del 1963 ndr)? A scanso di equivoci il cantante ha già abbondantemente detto come la pensa. «Penso che il politicamente corretto sia una sciocchezza. Abbinarlo a qualcosa che già esiste poi»…

 

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