Malagò: siamo con gli ucraini, ma che colpa ha un atleta russo in carrozzina che si allena da 4 anni?

22 Apr 2022 9:45 - di Italpress
malagò

ROMA (ITALPRESS) – “Giovanni ,i russi non li sentiamo più”. Il virgolettato è di Sergej Bubka e a riferire le sue parole è Giovanni Malagò che, in un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport, affronta il tema della guerra in Ucraina e delle ripercussioni che l’invasione russa sta avendo nel mondo dello sport. Atleti russi e bielorussi esclusi da alcune competizioni, ammessi in altre. “Che colpa ha un atleta russo in carrozzina, che si allena da quattro anni per le Paralimpiadi? Nessuna – è la considerazione del presidente del Coni -. La pensava così anche il board dell’International Paralympic Committee, quando ha deciso di far disputare i giochi a guerra iniziata. Però, cosa è successo? Che gli altri, e non certo solo gli ucraini, si sono rifiutati.
Fate gareggiare loro?, hanno detto. Noi torniamo a casa. Volevano che i russi prendessero posizione contro l’invasione”. Malagò si definisce “uno che lo sport lo sente scorrere dentro, come il sangue, da sempre. Tu arrivi a Pechino e pensi ancora che la tregua olimpica sia uno dei capisaldi del nostro mondo. Putin sta lì e puoi ancora pensare che il quadretto stia in piedi. Invece lui saluta, torna a casa, e attacca. Attacca mentre i paralimpici scaldano i muscoli! Mi chiedo che cosa possa fare lo sport dentro un mondo così”.
La Federbasket ha preso posizione da tempo e ha annunciato che gli azzurri non giocheranno contro la Russia. “Non so come fermare quest’orrore, ma so che non posso fare finta che niente sia accaduto. E so da che parte stare. Con Gianni Petrucci, che ha detto forte e chiaro: l’Italia non gioca, e con gli atleti ucraini. Quelli che si allenano da noi per qualificare alle Olimpiadi un Paese che rischia di scomparire. E quelli che sono rimasti a combattere. Tanti di più. Lo sport e la guerra sono agli antipodi. Uno è l’acme della civiltà. L’altra il fondo della barbarie”. Per Malagò il mondo dello sport è compatto di fronte alla guerra. “Abbiamo meno minoranze rumorose e più chiarezza delle regole, scritte e non. La democrazia nello sport è una continua forma di autodeterminazione. È il segno di un’identità. Un’identità non la stanchi. L’identità ucraina nello sport può sopravvivere dopo una guerra così? Deve riuscirci. Per questo l’80% dei loro atleti olimpici è in Italia. Accoglierli è stato il nostro orgoglio. Li abbiamo dichiarati tesserabili come cittadini. Spero che abbiano la testa, oltre che il corpo, per qualificarsi a Parigi”.
(ITALPRESS)

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *