Come nasce la predisposizione alla guerra e all’aggressività distruttiva: l’analisi del sociologo

martedì 19 Aprile 15:52 - di Antonio Saccà

Pensatori, filosofi, psicologi , pedagogisti, biologi, hanno valutato tendenze aggressive  nell’uomo, in ogni vivente. Gli animali, perfino le piante, addirittura le stelle avrebbero, hanno consustanziata la distruttività. Alla grossa, in linea di massima, si contrappongono due tendenze: una tendenza ritiene che sono le condizioni sociali a suscitare la distruttività; sì che mutando le condizioni sociali la distruttività cesserebbe, è una visione storica della distruttività; l’altra opinione ritiene che la distruttività è naturale non storica e quindi resterebbe anche con il cambiamento delle condizioni sociali, troverebbe nuove forme di espressione.  Marx giungeva a sostenere che eliminate le differenze di classe e  sottomesso il sistema produttivo, la violenza dovuta alla proprietà privata, al profitto cesserebbe; Freud obiettava che se la proprietà privata era fonte di aggressività, nel caso fosse abolita la proprietà, l’aggressività avrebbe concepito altre manifestazioni pur di esistere. Semplifico.

Ma abbiamo una terza ipotesi, che possiamo definire catartica, sublimativa, concezione antica: trovare sfogo all’energia che si vuole manifestare all’esterno per non manifestarsi all’interno, contro noi stessi: riguarda l’aggressività indiretta. Aristotele si avvicinò a tale concezione, dell’arte come sfogo delle passioni, la tragedia, essenzialmente. Successivamente molti  tra cui segnatamente Kant, Schopenhauer, e sistematicamente Freud, a suo modo anche Nietzsche, concepirono modi indiretti per manifestare l’energia che invece compressa si volgerebbe sugli altri o su noi stessi distruttivamente.

Preoccupante, preoccupantissima la mancanza di sfogo indiretto odierna. Arte, conoscenza non costituiscono fonte di emissione pulsionale. Le grandi civiltà non è che rinunciassero all’aggressività diretta, all’erotismo immediato ma riservavano energia per la pulsione indiretta, sublimata. Arte, religione, conoscenza. Se questo sfogo non sussiste gli individui cercano uno sfogo diretto, non sublimato. La guerra è il modo più facile di tale soluzione. Ma avviene attualmente un fenomeno che mi auguro sia studiato. L’imperversare dei mezzi videografici ha reso immagine la realtà, che non è più realtà bensì spettacolo. La guerra “vista” non è la guerra vissuta ma lo spettacolo della guerra, una sublimazione al contrario. Si che avviene una esaltazione della guerra come fosse spettacolo, ripeto: una sublimazione al negativo.

Avviene anche per tale distorsione percettiva, la guerra come spettacolo, l’inconcepibile veemenza bellicistica odierna. Si parla, si scrive, si discute di guerra e di guerra mondiale  come una pantomima fanfarona. Mentre nella sublimazione il sadico che diventa chirurgo non è sadico, si sublima; il guerrafondaio  che crede la guerra uno spettacolo può favorire la guerra attuata non cogliendone la gravità oggettuale. E c’è dell’altro.  Abbozzo una spiegazione, moltissimi non hanno una ragione per vivere, alla prima occasione di un ipotetico fine si precipitano per darsi un fine, appunto. La guerra diventa lo scopo di  persone che mancano di scopi. Chi ha scopi non ha disposizione alla guerra, sublima l’aggressività. In fondo la guerra è lo scopo di chi non ha altri scopi, di chi ha perduto ogni ragione per vivere: arte, cultura.

Se un popolo viene aggredito noi rispondiamo sublimandoci? No, se un popolo, un individuo sono aggrediti bisogna rispondere con le armi. Allora, che fare? Non fare della guerra l’unica soluzione alla guerra! E se è impossibile trovare una soluzione. L’impossibile lo incontri dopo aver circumnavigato l’oceano illimitato del possibile, non è l’inizio del viaggio, l’impossibile. Per dire che la pace è impossibile occorre percorrere tutto il possibile. E soprattutto cogli questa verità: la pace non è degli uomini vili, la pace è degli uomini che senza perdere onore amano la vita , trovano senso nella vita non nella morte. Perché la guerra sovente è la “soluzione” di chi non sa perché vivere. Non trovare il senso della vita nella morte. Senza difettare di coraggio e di onore lottiamo per la pace. Che sia la morte naturale a negarci, non uomini  con gli uomini. Se vi è il coraggio della guerra, vi è il coraggio della pace. L’idea che la pace è da vili la concepiscono gli amanti del nulla. E i trafficanti di armi.

 

 

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *