Uccise la moglie a martellate, ma i giudici lo assolvono: “Era affetto da delirio di gelosia”

venerdì 25 Marzo 19:44 - di Redazione
Toghe

Era affetto da “delirio di gelosia”. “Incapace di intendere e di volere” . E’ con queste motivazioni che i giudici della corte d’Appello di Brescia hanno assolto dall’accusa di omicidio Antonio Gozzini, l’81enne che nell’aprile del 2019 uccise sua moglie, Cristina Maioli, sferrandole alcune coltellate al corpo. Secondo i giudici l’uomo avrebbe ucciso la consorte poiché affetto da delirio di gelosia. In Appello il procuratore generale Guido Rispoli aveva chiesto 21 anni di pena per l’imputato ritenendolo capace di intendere e volore.

La “gelosia patologica” grazia l’omicida della moglie a Brescia

Sono  passati 2 anni e mezzo dalla terribile notte in cui fu uccisa Cristina Maioli nel suo appartamento di via Lombroso, in città.  Sulla donna – professoressa di lettere all’Itis Castelli di Brescia –  il marito infierì  con un mattarello e poi accoltellandola alla gola e alla gambe. Dopo il delitto, l’uomo rimase a vegliare il corpo  per più di 24 ore, prima di avvisare la domestica: “Cristina è morta. E presto morirò anch’io”. La sentenza di primo grado – arrivata poco più di un anno dalla tragedia – fece già parecchio discutere: i giudici assolsero l’uomo dall’accusa di omicidio volontario perché giudicato incapace di intendere e di volere. Per i giudici quello fu un vero e proprio raptus, un “delirio di gelosia” che non l’avrebbe reso capace di comprendere quello che stava facendo. Secondo l’accusa, il movente del delitto era riconducibile al sentimento di gelosia che l’uomo, affetto da drepessione, avrebbe nutrito nei confronti della moglie, la quale si sarebbe concessa qualche uscita con amiche e colleghi. La stessa pare avesse suggerito al marito di ricoverarsi in una struttura Rems per curarsi.

La tesi della difesa

La difesa, invece, aveva sostenuto la matrice patologica del raptus. “Vanno tenuti ben distinti il delirio da altre forme di travolgimento della facoltà di discernimento che, non avendo base psicotica, possono e debbono essere controllate attraverso la inibizione della impulsività ed istintualità” aveva spiegato il presidente della Corte d’Assise di Brescia, Roberto Spanò, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, ricordata dal Giornale. In Appello, il procuratore generale Guido Rispoli aveva chiesto una condanna a 21 anni di reclusione per l’81enne. La sua richiesta è stata però respinta dai giudici della corte d’Assise d’Appello di Brescia che, questa mattina, hanno assolto per la seconda volta l’imputato. Con quete motivazioni:

Sentenza choc

“La sua gelosia patologica – ha detto il procuratore generale di Brescia in aula – non era mai emersa prima dell’omicidio. Se n’è parlato solo a posteriori solo nel tentativo di trovare una causa di non punibilità”. “Non posso che essere soddisfatto perché la corte di assise di appello si è dimostrata impermeabile alle pressioni mediatiche suscitate da un moto di indignazione dopo la sentenza di primo grado”: lo  ha dichiarato all’AGI l’avvocato Jacopo Barzellotti, difensore di Antonio Gozzini. Ancora una sentenza che sembra mal conciliare diritto e buon senso. Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a sentenze choc. A marzo di un anno fa “una tempesta emotiva dettata dalla gelosia” fu il motivo per cui la Corte d’Appello di Bologna dimezzò la pena decisa dalla sentenza di primo grado per Michele Castaldo: reo confesso, che strangolò a mani nude la compagna Olga Matei il 5 ottobre 2016 a Rimini.

 

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