Partire dall’Italia per andare a battersi in Ucraina è un reato: l’avvertimento del costituzionalista Flick

4 Mar 2022 10:58 - di Lucio Meo
I 'freedom fighter', i soldati volontari che partono alla ventura per l’Ucraina commettono un reato, dice il costituzionalista Flick

I ‘freedom fighter‘, i soldati volontari o mercenari che partono alla ventura per l’Ucraina commettono un reato ”in sostanza” a meno ”che non abbiano l’approvazione del governo. Lo sostiene Giovanni Maria Flick, costituzionalista, già presidente della Consulta e ministro della Giustizia, in un’intervista ‘La Repubblica‘. “La materia è regolata da molte norme. Intanto l’articolo 18 della Costituzione prevede che i cittadini abbiano diritto di associarsi liberamente purché per fini non vietati dalla legge penale. Specifica che sono proibite le associazioni che perseguono scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare. E il Codice Penale prevede la punizione di chi fa arruolamenti o compie atti ostili verso uno Stato estero con pene da 6 a 18 anni, ma fino all’ergastolo se poi qualcuno attacca per ritorsione l’Italia. C’è anche la legge 210 del 1995, che attuava una convenzione dell’Onu e punisce tanto il mercenario quanto chi lo recluta con pene fino a 14 anni. L’arruolamento infine è punito dall’articolo 270 quater del Codice Penale, introdotto nel 1995 con riferimento alle finalità di terrorismo”.

Putin, ieri, aveva ammonito: “I mercenari che andranno a combattere in Ucraina saranno perseguiti e non otterranno lo status di prigionieri di guerra”.

I volontari che vanno in Ucraina rischiano, ma le armi possono arrivare

”Stiamo aiutando un Paese a esercitare la legittima difesa – aggiunge – Non è un’operazione strettamente bellica. Il confine fra i due concetti è esattamente definito”. L’articolo 11 della Costituzione è rispettato, spiega, ”perché non c’è un atto ostile contro uno Stato estero. Ci si muove nell’ambito di un trattato Nato, siamo al di fuori dell’ambito della guerra che dobbiamo ripudiare”, dice ancora Flick.

‘Un intervento effettuato nell’ambito del Trattato Nato del 1949 – aggiunge – Non c’è nessuna dichiarazione di guerra, che deve essere pronunciata dal presidente della Repubblica su deliberazione del Parlamento, il quale a sua volta conferisce al governo i poteri necessari. In ogni caso, bene ha fatto Draghi a esplicitare la natura dell’intervento e le sue motivazioni di fronte a Camera e Senato. È stata una manifestazione di correttezza istituzionale. Per di più i relativi decreti, emessi in condizioni”.

Il fatto di tenere segreta la natura delle armi mandate ”è una prerogativa del governo trattandosi di materiale estremamente sensibile ai fini della sicurezza nazionale – continua – Anche qui è da rimarcare un’accortezza: i decreti sono stati due, il 25 e il 28 febbraio. Nel primo si faceva un riferimento un po’ ambiguo ad ‘armi non letali’, dizione corretta con ‘armi’ nel secondo: era inopportuno insistere sull’equivoco del carattere ‘non letale”’.

Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *