Pil, Istat: «Nel 2021 crescita del 6,5%». Ma il gap con le altre economie europee resta elevato

lunedì 31 Gennaio 13:28 - di Redazione
Istat

Più di Germania e Spagna, ma meno di Francia e Gran Bretagna. Parliamo della crescita del nostro Pil del 2021 secondo la prima stima diffusa oggi dall’Istat, che lo certifica al 6,5 per cento. È la più alta dal 1976. Sono sempre queste stesse stime a fornirci il paragone con le performance degli altri Paesi europei prima menzionati. Se la stima dell’Istat per l’Italia troverà conferma, occorrerà registrare nel 2022 una crescita del Pil pari al 3,2 per cento per ritornare al livello pre-crisi, cioè al livello del 2019. Un obiettivo nient’affatto proibitivo.

Istat: «Più della Germania, meno della Francia»

Anzi, decisamente a portata di mano secondo l’ultima previsione della Banca d’Italia. Per Via Nazionale, infatti, il Pil nel 2022 crescerà del 3,8 per cento, quindi con uno 0,6 per cento in più rispetto alla soglia necessaria. Tutto bene, dunque? Non proprio. Il Centro Studi Promotor sottolinea infatti che l’obiettivo per l’Italia non può limitarsi al ritorno al livello del 2019 perché in quel caso l’asticella sarebbe fissata troppo in basso. Non bisogna dimenticare che infatti quell’anno il Pil italiano non brillò affatto. Anzi, contrariamente a quelli di tutte le economie avanzate, non aveva ancora recuperato integralmente il calo conseguente alla crisi dei mutui sub-prime del 2007.

Per tornare ai livelli pre-crisi necessarie le risorse del Pnrr

E la conseguenza, come ricorda anche l’Istat, è che il Pil nel 2021 è ancora inferiore del 6,7 per cento a quello del 2007. Non resta quindi che confidare nell’effetto moltiplicatore che molti osservatori ed analisti attribuiscono alle risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Tra questi anche il Centro Studi Promotor. Ma le variabili sono molteplici. Innanzitutto, come auspica il suo documento, è che i fondi messi a disposizione dall’Europa possano agevolare la rinegoziazione del Patto di stabilità fino a  trasformarlo in un vero patto per la crescita. In quel caso, l’Italia potrebbe recuperare in tempi ragionevoli il terreno perduto in termini di sviluppo rispetto agli altri principali Paesi dell’Unione Europea.

 

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