Il retroscena: Draghi irritato con i “poteri forti”. Wall Street e la City vogliono tenerlo al governo

martedì 25 Gennaio 10:41 - di Valerio Falerni
Draghi

Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io“. E sì che ci avrà pensato all’antico adagio Mario Draghi scorrendo ieri la rassegna della stampa estera. Colpito (ma non affondato) proprio dalle corazzate da cui si aspettava protezione e sostegno. Parliamo di testate del calibro del Wall Street Journal e del Financial Times, autentiche bibbie dei mercati e perciò consultatissime nel recinto dei cosiddetti poteri forti. Che è come dire il condominio in cui abita anche SuperMario. Più che scontato, quindi, che sia rimasto di sasso a leggervi che il suo trasloco al Colle lascerebbe l’Italia in braghe di tela.

Il WSJ ed il FT contrari a Draghi al Quirinale

«Il governo collassa», ha sinistramente profetizzato il WSJ. «L’Italia rischia le elezioni anticipate che la mineranno», ha rincarato la dose il FT. Ma quel che alle orecchie di Draghi è rimbombato come un insopportabile rumore, è risuonata come musica celestiale in quelle di chi in Italia ne teme il trasloco sul Colle più alto. E non tanto per ragioni politiche, quanto di vile moneta (stipendio e vitalizio) per un numero imprecisato di onorevoli. E tanto basta e avanza a spiegare la forte irritazione che, a detta dei retroscenisti, avrebbe assalito Draghi una volta letti i servizi dei due giornali finanziari sulla situazione italiana. Che sia l’indizio di una più articolata campagna finalizzata ad inchiodarlo laddove si trova ora ora? Non è da escludere.

Le critiche di De Bortoli, ospite di Porro

Tanto più dopo l’altro scricchiolio captato ieri sentendo Ferruccio de Bortoli, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, definire «infelice» la sua auto-candidatura al Quirinale. Come a dire che anche per l’ex-direttore del Corriere della Sera, deve restare al governo. Da «nonno al servizio delle istituzioni», Draghi non vi trova nulla di male, anzi. Ma siamo all’ultimo tornante della legislatura, e lui sa bene che una volta archiviata la pratica del Colle, i partiti apriranno le danze elettorali costringendolo a ballare come non avrebbe mai pensato. Ecco, dunque, perché il “se io vado, chi resta? E se io resto, chi va?” attribuito da Boccaccio a Dante e ora aderentissimo alla sua personale vicenda, resta cornuto dilemma anche per le bibbie dei mercati. La sorpresa e che Draghi traduca il tutto come un’insopportabile ingerenza. Ha ragione, ma chi l’avrebbe mai detto…

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