Giorgio Locchi, a 30 anni dalla scomparsa un libro spiega la sua “filosofia della libertà”

domenica 2 Gennaio 20:16 - di Riccardo Arbusti
Giorgio Locchi

In questo 2022 ricorrono i trent’anni della scomparsa, mentre nel 2023 sarà l’anno del centenario della nascita di Giorgio Locchi. Un nome che forse non dice molto agli estensori delle pagine culturali dei quotidiani mainstream. Uno studioso non troppo citato dai circuiti dell’accademia ma che ha segnato però un orizzonte teoretico alternativo sia alla metafisica tradizionale che al pensiero della modernità a una dimensione.

Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi

Giunge quindi opportunamente in libreria Il pensiero dell’origine in Giorgio Locchi (Altaforte Edizioni, pp. 145, euro 15,00) di Giovanni Damiano, un libro corredato da un saggio di Stefano Vaj e dalla bella postazione di Pierluigi Locchi, figlio del filosofo.
Appiattito e minimizzato da una classificazione politico-ideologica e a volte equivocato per la confusione con la professione giornalistica, il pensiero di Locchi richiede oggi un approfondimento adeguato a tutte le valenze e potenzialità della sua opera.

L’amicizia con Sergio Leone

Figlio di Luigi Locchi, celebre attore del cinema italiano degli anni Venti e Trenta, Giorgio nacque a Roma il 15 aprile 1923. Da suo padre eredita l’amore per la musica e l’amicizia, che durò per tutta la vita, con Sergio Leone, anch’egli figlio di attori. I due si conobbero bambini a Cinecittà, dive si recavano insieme ai genitori e interpretarono brevi ruoli. A nove anni, Locchi vinse il concorso che lo portò a studiare dagli Scolopi del Collegio Nazareno di Roma. Qui collezionò grandi successi scolastici e venne premiato per tre anni di seguito dal cardinale Pacelli, futuro Papa Pio XII.

A 14 anni l’incontro con Nietzsche

A 14 anni il giovane Giorgio accettò un regalo da un suo professore di italiano e latino, padre Vannucci: La nascita della tragedia di Nietzsche. Tre anni più tardi, a 17 anni, già in possesso della maturità decise di partire per la Germania per apprendere la lingua che gli avrebbe permesso di gustare il suo Nietzsche in testo originale.

Il romanzo “I Barbari”

Di ritorno a Roma, dovette rinunciare agli studi di Filosofia che avrebbe voluto intraprendere, dovendo provvedere al mantenimento dei genitori. Ripiegò però su Giurisprudenza, laureandosi in Filosofia del Diritto, iniziando nel frattempo a lavorare come giornalista per diversi giornali, in particolare come critico cinematografico. Intanto scrive anche un romanzo, I Barbari, ambientato nella Germania della fine della guerra, che lui aveva conosciuto. Non volle però mai pubblicarlo, neanche quando – molti anni dopo – l’amico Sergio Leone, uno dei pochi che poté leggerlo, in piena preparazione di C’era una volta in America, gli chiese di realizzarne una sceneggiatura per il suo prossimo film. All’ultimo diniego, Leone cambiò prospettiva, passando dal fronte “tedesco” a quello “sovietico”: I 900 giorni di Leningrado fu così, anche per l’interlocuzione di Locchi, l’ultimo progetto di Leone, che la morte prematura del regista impedì di portare a termine.

Elfriede e la fisica quantistica

Comunque, nel 1952 Locchi incontra la giovane tedesca che diverrà sua moglie e compagna di tutta la sua vita, Elfriede. Appassionata di fisica quantistica, la ragazza trasmise a Giorgio anche questo interesse che entrerà ad alimentare il suo pensiero filosofico. Poi, nel 1957, Renato Angiolillo, direttore del quotidiano romano Il Tempo, decide il suo destino: “Lei ama la Germania? Allora andrà a fare il corrispondente dalla… Francia”. È l’inizio della sua carriera giornalistica.

Corrispondente da Parigi per Il Tempo

L’avvento di De Gaulle, i fatti di Algeria, l’Oas, i Pieds noirs, il maggio 1968. Chi in Italia voleva capire quello che succedeva in Francia doveva leggere Il Tempo. E il ruolo di corrispondente da Parigi, all’inizio nominato solo provvisoriamente, rimarrà la sua professione. “Lui – racconta il figlio – che per ragioni finanziarie non aveva potuto permettersi di aspettare gli anni necessari per accedere a una cattedra universitaria di Filosofia alla Sapienza e che non aveva potuto divenire l’assistente del suo relatore di tesi che vedeva in lui il suo successore, aveva così trovato, grazie al suo lavoro di giornalista, il tempo necessario per consacrarsi allo studio, indispensabile per lo sviluppo del proprio pensiero…”.

La riflessione teorica e l’amicizia con Alain de Benoist

Le ore che Locchi dedicava al Tempo erano quelle della tarda mattinata e del primo pomeriggio, il primo mattino e la seconda parte del pomeriggio erano dedicati allo studio, alla ricerca, alla riflessione teorica. Con questo ritmo, egli trovò a Parigi l’uditorio che l’università di Roma non aveva potuto dargli, nella cerchia dei giovani intellettuali francesi non-conformisti che frequentavano la Librairie de l’Amitié e che si riunivano attorno alla rivista Europe Action, tra i quali il giovane Alain de Benoist, con il quale firmerà il pamphlet Il male americano.Fu Locchi, sulla scorta di Nietzsche, a segnalare ai francesi ma anche agli italiani l’importanza della “rivoluzione conservatrice” tedesca, di cui pochi avevano sentito parlare fino ad allora.

Una filosofia della libertà

Il saggio di Giovanni Damiano, alla luce di una seria dinamica storico-filosofica, ricostruisce gli assi d’orientamento e il cuore della riflessione locchiana, definita un “pensiero dell’origine”. Si tratta di una filosofia, di una prospettiva di pensiero che parte da Nietzsche e attraverso Wagner e Heidegger arriva a definire un orizzonte che rifiuta qualsiasi “filosofia della storia” e prospetta una storia aperta. “Locchi – annota Damiano – rinuncia all’immanenza che si autogiustifica, alla dinamica autofondativa della modernità, ma anche alla metafisica dell’origine, pensata come un che di eterno, per sempre sottratta alle intemperie della storia, essendo l’origine stessa segnata sin dall’inizio dalla contingenza e dall’infondatezza”. In definitiva, quella di Locchi si rivela una filosofia della libertà. La storia umana, infatti, non è mai scritta in anticipo ed è affidata all’insecuritas più radicale, non essendo mai al riparo dall’irruzione dell’imprevedibile.

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