Addio a Mirella, amica preziosa e insostituibile: il “Secolo” piange la storica segretaria di redazione

14 Gen 2022 8:50 - di Silvio Leoni
Mirella Secolo d'italia

Alta e slanciata, i tratti del viso delicati e molto femminili, una voce dolcissima, una classe innata, Mirella Di Poce era una donna di un’eleganza straordinaria e naturale e di una grazia superlativa. E, per ognuno di noi che all’epoca lavoravamo al Secolo d’Italia e che al Secolo siamo professionalmente cresciuti, Mirella rappresentava una sorta di seconda Mamma, o di sorella maggiore.

Mirella era ufficialmente la segretaria di redazione di quella bellissima Comunità che era all’epoca il Secolo, la cui sede sgarrupata, nascosta nel  ventre di un palazzone a via Milano 70, pulsava passione politicaimpegno civile e giornalismo di battaglia, contendendosi il poco spazio a disposizione con la Banca d’Italia.

Era Mirella a governare logisticamente il giornale – all’epoca si stampava a rotativa nei sotterranei del palazzo  a organizzare le trasferte, ad assistere i giornalisti per ogni necessità si presentasse. A risolvere qualsiasi problema. Mirella era tutto: amica, confidente, psicologa, custode dei segreti di tutti noi. Non solo l’efficientissima segretaria di redazione.

Era quella che oggi verrebbe detta una vera manager di polso. E lo faceva sempre con un bellissimo, disarmante, sorriso sulle labbra, sciogliendo problemi che sembravano insolvibili ma anche, quando c’era bisogno, tenendo il polso fermo.

Assisteva imperturbabile tanto agli innumerevoli e tremendi scherzi da caserma rimasti epici che animavano all’epoca la redazione del Secolo d’Italia – e in cui anche lei veniva spesso coinvolta suo malgrado – quanto alle discussioni, a volte molto accese, fra i giornalisti per i motivi più vari, generalmente giornalistici.

Ma ci fu anche molto altro, durante la sua lunga permanenza al Secolo. Come i due attentati in cui Mirella si trovò coinvolta assieme a tutti i giornalisti e i poligrafici quando la sede del giornale venne per ben due volte colpita con l’esplosivo.

A ripensarci sembra impossibile che quella donna, educata, dolce e affettuosa, una magrezza elegante e nobile da mannequin, si trovasse a dover fare i conti, suo malgrado, con vicende di questo tipo, con la violenza brutale e vigliacca che, all’epoca, era all’ordine del giorno contro la destra.

Ma Mirella non si faceva intimorire da nessuno. E tutti, senza distinzione alcuna di ruolo, le portavano il massimo rispetto.

Era una donna energica e si può ben dire che ha visto crescere – ed ha cresciuto lei stessa, anzi – una schiera di giornalisti, politici, futuri ministri, imprenditori di successo e leader di partito. Per tutti loro, Mirella era il Secolo d’Italia.

Ogni tanto ci sentivamo, dopo che aveva lasciato il Secolo per andare in pensione.

Invariabilmente chiedeva premurosa dei suoi ragazzi, di quel giornalista, di quel ministro. Con la solita tenerezza che la contraddistingueva aveva parole care per tutti. Ed era ricambiata con tanto affetto e altrettanto rispetto.

Mirella ci ha lasciato ieri, nella sua Roccastrada, il borgo toscano che aveva scelto molti anni fa per vivere serenamente dopo la pensione, assieme al marito, Ninì Cafiero, giornalista di razza e uomo di mare, e alle figlie, Januaria e Barbara che abbracciamo con tanto tanto affetto e con la profonda consapevolezza che un po’ della loro Mamma era anche nostra.

I funerali di Mirella – si fa una fatica immensa a scrivere questo – si terranno questa mattina, alle 11, nella  Chiesa di San Nicolò a Roccastrada.

“Non dimenticherò mai l’attenzione, le premure che Mirella manifestava nei confronti dei più giovani aspiranti giornalisti del Secolo d’Italia – ricorda Claudio Pompei che per lunghi anni è stato capo del Servizio Politico del Secolo. – Conoscendo le logiche tipiche dell’ambiente e le consuetudini caporalesche che regolavano la vita di redazione tra la fine degli Anni Settanta e l’inizio degli Anni Ottanta, Mirella aveva sempre un’accortezza protettiva soprattutto nei confronti dei cosiddetti “volontari” praticanti che non avevano le spalle coperte da qualche dirigente di partito”.

Mirella non faceva mai mancare un consiglio o, in molte circostanze, una parola di incoraggiamento o di vicinanza  – dice ancora Pompei. – Più che una semplice segretaria di redazione, l’ho sempre considerata un’amica, una sorella maggiore alla quale chiedere aiuto e consiglio in caso di necessità. Ci hai lasciato con un sorriso; che la terra ti sia lieve”.

Mirella non era soltanto la segretaria di redazione. Era qualcosa di più. Una amica discreta, generosa, gentile – ricorda Silvano Moffa, già vicedirettore del Secolo. – In quei tempi difficili, quando lavorare in un giornale come il Secolo d’Italia, richiedeva passione ma anche tanto coraggio, Lei non mostrava mai timore. Salda nelle  idee quanto rigorosa professionalmente, per noi giovani giornalisti è stata un punto di riferimento costante, insostituibile. E se c’era qualche difficoltà Lei, con la sua calma, riusciva sempre a trovare le parole giuste per rasserenare l’ambiente. Recentemente ho avuto modo di sentirla. Quella voce calda, quella nobiltà d’animo che non potremo mai dimenticare”.

“Con Mirella Di Poce se ne va un pezzo di cuore per noi del Secolo d’Italia. E’ stata molto più di una segretaria di redazione nel senso professionale del termine. E’ stata un punto di riferimento subito riconoscibile per chi varcava la soglia del giornale da semplice “abusivo” – dice Antonella Ambrosioni, capo servizio al Secolo. – I ricordi sono tanti. Mirella, indimenticabile signora, affabile,  materna”, aveva un “tocco di classe” in un ambiente redazionale scarno ed essenziale”.

“Sempre prodiga di consigli per chi era alle prime armi e confidava a lei timori e preoccupazioni nell’affrontare un’avventura professionale piena di incognite, Mirella Di Poce si muoveva con risolutezza, sempre padrona della situazione nei momenti più concitati, era una presenza affidabile e sicura per tutti i direttori che si sono succeduti fino a quando non è andata in pensione nei primi anni ’90 – aggiunge Ambrosioni. – Presenza preziosa, disponibile, preparata e con una solida conoscenza delle dinamiche dell’allora Msi, poi An, risolveva spesso dubbi e problemi. E  a noi redattori alle prime armi, che spesso procedevamo con i piedi di piombo, timorosi di fare brutte figure con i “capi”, dava un senso di sicurezza. Il primo approccio con il giornale molti di noi l’hanno avuto con lei. C’era un problema? “Dillo alla Di Poce”, era sempre la risposta di chi sapeva che una qualsiasi questione redazionale era con lei, come si suol dire, “in cassaforte”. 

Stimata da tutti, lei, seduta alla sua scrivania rimane un’immagine indimenticabile – conclude Antonella Ambrosioni. – nel ricordo di un’epoca irripetibile del giornalismo vecchia maniera in cui i rapporti umani erano vissuti in maniera molto diversa da oggi”.

“Aprendo con gran dolore questa notizia perché Mirella ci riporta ad anni oramai lontani ma di grande passione e di grande impegno, quando – ricorda Maurizio Gasparri, già vicedirettore del Secolo – la segretaria di redazione ci teneva un po’ a bada, nel senso nobile del termine. E si curava di noi, del nostro lavoro, delle nostre retribuzioni con una grande cortesia, professionalità e con stile. Perché – ricorda ancora GasparriMirella è stata non solo una persona brava ma anche bella ed elegante”.

“La vorrei ricordare così – conclude il parlamentare azzurro ed ex-ministro – come  una sorella maggiore di una redazione che ha sfornato tante qualità giornalistiche e politiche”.

“È stata una delle colonne del Secolo d’Italia. Le direzioni cambiavano, ma Mirella restava sempre al suo posto, timonando sicura la segreteria di redazione – dice Nicolò Accame, giornalista del Secolo d’Italia. – Con lei ogni problema sembrava facile da risolvere. Era sempre gentile, elegante, sorridente. Oggi è andato via un pezzo di storia del nostro giornale e del Msi”.

Mirella era molto più di una brillante segretaria di redazione, era una presenza dolce e, nello stesso tempo, forte che contraddistingueva la Comunità umana e politica del Secolo in quegli anni belli e difficili. Ci mancherai sempre”, la ricorda il parlamentare di Fratelli d’ItaliaAdolfo Urso, già cronista parlamentare del Secolo.

Mirella era l’anima e il cuore del Secolo nei tempi mitici ed eroici di Via Milano prima e di via della Mercede poi – ricorda rattristato dalla notizia Aldo Di Lello, capo del Servizio Cultura del Secolo. – Per noi (ex) giovani redattori era un aiuto, un conforto, un consiglio. Con Mirella, la segreteria di redazione era il cuore pulsante del giornale. Era il cuore. Diceva che eravamo tutti i suoi “pulcini”. Una figura memorabile, parte integrante della memoria del nostro giornale”.

“Erano i primi giorni al Secolo , non avevo una postazione né un computer, solo l’ansia del “debutto” – rammenta Gimmi Fragalà, direttore del Secolo. – Mi diedero un articolo da scrivere, un fatto di cronaca. Non avevo confidenza con quelli che sarebbero diventati i colleghi di una vita. A Mirella bastò uno sguardo per capire il mio imbarazzo. “Vieni nella mia stanza, usa il computer“, mi disse. E quel gesto “protettivo” , piccolo ma significativo, diede il via a un lungo rapporto affettivo”.

“Ci sono persone che, pur non frequentandole da molto tempo, restano nella nostra vita come presenze incancellabili. Mirella Di Poce apparteneva a questa ristretta schiera – riflette Gennaro Malgieri, per lungo tempo direttore del Secolo. – E dal momento in cui mi accolse nella redazione del Secolo – ero poco più di un ragazzo – ad oggi, non ho mai mancato di ricordarla con amici comuni e perfino con estranei raccontando le doti di una gran signora, luminosa, intelligente e affascinante che sapeva con eleganza dirimere le controversie più ingarbugliate ed essere amica prima che segretaria di redazione.

Con lei se ne andata una parte significativa della mia vita, quella del giovane giornalista che in lei trovava la confidente cara ed affettuosa nei momenti più difficili. Torna ora, mentre fatico a trattenere le lacrime – aggiunge Malgieri – il suo sorriso, il suo buonumore. E la rivedo nella sua piccola stanza come una donna capace di risolvere qualsiasi problema. Mirella è stata parte importante di una storia collettiva che accompagnerà molti di noi finché avremo vita. Le sia lieve la terra”.

“Ricordo Mirella con vero affetto – dice Mario Landolfi. – Non era solo la segretaria di redazione, ma un vero punto di riferimento per tutti. Lo fu per me anche quando lavoravo da cambio-ferie, per non dire da “abusivo”: mai mi ha fatto sentire di ‘serie B’ rispetto agli altri colleghi. Sembra poco, invece era indizio non solo di solida professionalità ma anche di squisita sensibilità umana”.

”Un sorriso. E’ quanto ricordo del primo incontro con Mirella, la signora Di Poce, come me la presentò l’amico Gennaro (Malgieri) una volta che andai a trovarlo nella redazione del Secolo per andare a pranzo assieme – rispolvera i suoi ricordi Pietro Romano  già capo dello Servizio Politico del Secolo. –  Il sorriso di una bella signora, bella e signora in tutti i sensi. Una signora impeccabile ed efficientissima anche sul lavoro, come poi ebbi modo di provare già ai tempi della collaborazione al giornale con Giano Accame direttore e poi con Malgieri e Aldo Giorleo nei primi anni della mia bella avventura redazionale. Ora la sua classe, la sua bellezza, la sua efficienza staranno già arricchendo il paradiso”

“Il terremoto,  il terremoto”. “No Mirella, non è stato il terremoto ma una bomba”. Fu istintivo – ricorda ora Pino Rigido, ex-caposervizio degli Esteri e poi vice redattore capo al Secolo – avvolgere in un abbraccio la sua fiera figura rimpicciolita dalla paura e rassicurarla. Era l’inizio del marzo 1980 e una bomba aveva devastato la tipografia del “Secolo” in via Milano. E Mirella, assordita dal boato, aveva avuto quella istintiva e comprensibile reazione. L’unica volta che non è stata padrona della situazione. E’ stata una figura davvero importante nella mia vita professionale e umana. Prodiga di consigli, sempre pronta a raccogliere confidenze, sempre disposta dare una mano. Aveva nel suo vocabolario anche il no, ma lo diceva disarmandoti con un sorriso”.

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