Ricordo di Luciano Bianciardi, scrittore libero e fuori dagli schemi. L’amore per il Risorgimento

sabato 11 Dicembre 9:38 - di Massimo Pedroni
Bianciardi

“Se vogliamo anticipare un’espressione inventata, ai giorni nostri, del maggio francese, fu l’immaginazione a prendere il potere. I milanesi che una volta ogni secolo, mettono in moto la fantasia, quella volta si superarono”. Scoprire il senso, e la portata intrigante di questa affermazione del giornalista-scrittore Luciano Bianciardi nato a Grosseto il 14/12/1922, porta un inevitabile spiazzamento dovuto dall’inusuale accostamento dei fatti di Parigi, con quelli non esplicitati chiaramente nella frase accaduti a Milano. L’autore di “La vita agra”, libro che lo portò al successo negli anni “60, nutriva una grande passione per il Risorgimento. Questo avvenne, a seguito dall’essere rimasto “rapito” dalla lettura di “I Mille”. Impresa, narrata con il giusto portato di passione e di testimonianza, di chi vi aveva partecipato come Giuseppe Bandi. Autore del libro che il piccolo Bianciardi, ricevette in dono. Il 14 dicembre ricorre l’anniversario della sua nascita.

Bianciardi, il ruolo del Risorgimento

La Milano cui fa riferimento è quella dell’insurrezione popolare del popolo milanese, delle barricate da esso erette contro gli occupanti austriaci, che sfociarono nei combattimenti che passarono alla storia come “Le cinque giornate di Milano”. Avvenute nel marzo del 1848. Nel Risorgimento, lo scrittore grossetano individuava il volano di emancipazione sociale e nazionale. Cose, che a suo avviso, s’erano realizzate solo parzialmente. A causa, della coltre di contraddizioni, e omissioni che ancora perduravano.

In special modo nel modello di riequilibri sociali, che porteranno alle tensioni, provocate dalle forti divaricazioni di condizioni, prodotte durante la stagione del boom economico. L’aspetto più interessante dell’analisi, sviluppata da Bianciardi risiede nel suo approccio assolutamente originale. Le sue riflessioni risalgono infatti alle fonti della formazione dello Stato Unitario. Senza fare velo delle tensioni verificatesi tra le popolazioni meridionali, con lo Stato Sabaudo. Atteggiamento, che si stemperò con l’indizione di referendum per la scelta  al quale per dar vita alla Nazione erano stati annessi.

Cinque libri sul risorgimento

Tutto questo, saltando, curiosamente quasi un secolo di storia Patria, guerre mondiali comprese. L’interesse e l’attrazione nutrita dallo scrittore nei confronti di quel periodo della nostra storia gli diede spunto per la scrittura di cinque libri. I quali spaziano dal primo del 1960 “Da Quarto a Torino”, incentrato sulla spedizione dei Mille, passando per “La battaglia soda” facente riferimento a quella di Custoza; “Daghela avanti un passo” libro che fa perno sulle vicende che vanno dalle “Cinque giornate” alla presa di Roma del 1870. Il più inventato fu “Aprire il fuoco”, la contestazione del “68 trasferita nella Milano dell’insurrezione del 1848. Genere, di composizione letteraria, forgiata all’insegna dell’ucronia. Modello narrativo non particolarmente in voga in quel periodo. Coronamento finale di questi studi e considerazioni, fu la pubblicazione postuma del suo libro “Garibaldi”. Questo pronunciato e insistito interesse dello scrittore maremmano, per l’epopea del Risorgimento, è cosa assolutamente originale che non trova riscontro in nessun altro narratore di quel periodo.

Il sestante, alle cui risultanze bisognava affidarsi, per orizzontarsi nelle contingenze della sua epoca, erano quindi secondo Bianciardi “… sapere la verità su come l’Italia fu fatta. Dobbiamo insomma studiare sul serio la storia di quello che fu il “miracolo” del nostro Risorgimento”. La vena pulsante, dell’autore appassionato di vicende risorgimentali, s’accende a fronte di drammatici fatti di cronaca. L’ attenzione, sì volge alla pesante condizione di disagio, nelle quali si trovano strati di popolazione, che pur rimanendo ai margini dei benefici derivanti da un conseguito benessere diffuso, ne sostengono l’onere più significativo. Soprattutto in un clima giuridico e sociale, nel quale non era giunto a livello di giusta e legislativamente parlando, matura consapevolezza sulla scottante tematica inerente alla sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro.Il 4 maggio del 1954, per una fuga di grisou, nella miniera di Ribolla nel grossetano, gestita dalla Montecatini, perirono 43 minatori.

Il dramma di Marcinelle segnò la sua produzione

Dramma che si replicherà nella miniera di Marcinelle, in Belgio 8 agosto 1956. Tragedia che per ustioni e soffocamento costò la vita a 262 minatori dei quali 162 erano lavoratori emigranti italiani.  La miniera era un luogo di lavoro estremamente pericoloso. Diventata fatale, laddove non erano state approntate, dall’azienda, tutte le misure di prevenzione per la sicurezza dei lavoratori sul posto di lavoro. In una cornice di omissioni in tal senso, da parte della Montecatini, aveva avuto luogo la tragedia di Ribolla. Azienda, che veniva indicata come responsabile del disastro.

Nel libro “I minatori della Maremma” scritto a quattro mani con Carlo Cassola, viene chiaramente sostenuto che “non può essere stata una fatalità”. Il sanguinoso episodio, ha colpito profondamente Bianciardi, si è ramificato nella sua coscienza, tanto da indurlo a scrivere un romanzo che muove le mosse da quella vicenda. Il romanzo è autobiografico “La vita agra” che uscirà nel 1962. Il libro è il compimento di quella che verrà definita “trilogia della rabbia”, della quale fanno parte “Il lavoro culturale” del 1957 e “L’integrazione” del 1960.Il protagonista di “La vita agra”, lascia nella sua Maremma moglie e prole, per trasferirsi a Milano con chiari intenti vendicativi. Il desiderio è quello di fare un attentato dinamitardo nella sede dell’azienda ritenuta responsabile del crollo della miniera.

La Milano del suo tempo

Era una Milano dai mille colori, moda, editoria, opera, teatri, avvolta in una seducente frenesia del fare che contagerà anche l’aspirante “bombarolo”. Carlo Lizzani, ne trarrà un film avente come protagonista Ugo Tognazzi. Sullo sfondo rimane il disincanto ironico e autoironico di chi partito incendiario si riscopre ad essere pompiere. In quella Milano, Bianciardi trovò spazi di collaborazioni come traduttore o collaboratore di testate giornalistiche quali: L’Avanti, Nuovi argomenti, passando per ABC, Playmen e Il Guerin sportivo. Testate, chiaramente eterogenee tra loro. Le quali si rivolgevano a un pubblico, articolato nei suoi gusti e orientamenti.

Anche assolvendo a questi impegni professionali, il “bombarolo immaginario”, confermava il suo indiscutibile versatile talento. Scriveva tanto. Incessantemente. Molto del suo tempo era assorbito dalle traduzioni. Tutte apprezzatissime, tra le quali spiccano quelle delle opere John Steinbeck, William Faulkner, Soul Bellow e molti altri. Tanto l’impegnava l’attività di traduttore, che lo portava a dire “traduco come un mulo”. Bianciardi, scivolò nel gorgo della dipendenza dall’alcol, che lo portò all’epilogo della sua esistenza a soli quarantanove anni.  Creativamente parlando Luciano Bianciardi era un eclettico.

Libero e senza dogmatismi

Un pensatore libero, senza dogmatismi, che ebbe a che fare di “striscio” con il Partito comunista. Sarebbe riduttivo incasellarlo nella figura un poco desueta di anarchico, quale lui si definiva di essere. La peculiarità del suo pensiero, che lo rende distinto e distante da tutti i letterati suoi contemporanei, sta nell’orgogliosa ricerca di rinnovare quello spirito di fantasia e audacia forsennata che portò all’Unita nazionale. Patrimonio ideale e valoriale da riversare sugli aspetti di giustizia sociale rimasti incompiuti. Visione organica, del convivere civile che non trovò molti riscontri. Epoca nella quale era considerato un idolo il Che, mentre l’immagine di Garibaldi a lui tanto cara, risultava impolverata e sbiadita. Tra le righe forse ci ha voluto dire che tutti hanno avuto vent’anni e che nessuna generazione ne ha il monopolio o l’esclusiva. Del crogiolo, dei naturali entusiasmi e delusioni. Dell’inevitabile avvicendarsi di vittorie e sconfitte. Tutte però da poter ascrivere, comunque nell’orizzonte di una forte spinta ideale. Come quello verso la Patria. Tanto per citarne una. Non a caso.

 

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