Polo di centro, Renzi non la racconta giusta: per farlo occorre il proporzionale. Il resto è aria fritta

martedì 7 Dicembre 13:11 - di Valerio Falerni
Renzi

È il primo dei suoi pensieri e il preferito tra i suoi bersagli. Chissà perciò quale ansia attanaglia Giuseppe Conte alla lettura mattutina dei giornali aspettando ogni volta di vedervi rimbalzare l’insulto di Matteo Renzi. Quelli di oggi ne abbondano dopo che il capo 5Stelle si è precipitato a ritirare la propria candidatura nel collegio elettorale che fu di Gualtieri ora sindaco di Roma. «Conoscendo la sua proverbiale mancanza di coraggio non ho mai avuto dubbi», è stato il commento di Renzi. Una sorta di epitaffio beffardo oltre ogni limite, se solo si pensa che lui e Calenda avevano accolto la notizia della candidatura (poi ritirata) con un fuoco di sbarramento che avrebbe spaventato persino l’Incredibile Hulk. Ma tant’è: il leader di Italia Viva ha deciso di incunearsi tra Pd e M5S, e nulla lo distoglierà dal suo obiettivo.

Renzi s’incunea tra Pd e M5S

Alla sua strategia manca però un pezzo decisivo: la legge elettorale. Renzi può raccontarla come vuole, ma senza l’archiviazione dell’attuale Rosatellum e la (re)introduzione del proporzionale il suo “polo di centro” è solo aria fritta. Chi ha letto la sua odierna intervista alla Stampa non può non averne colto il “non detto” o il tentativo di sviamento. Già, ha poco senso esortare Enrico Letta a mandare all’aria le nozze con il M5S sbandierando il 41 per cento conquistato dal Pd nel 2015. L’asimmetria è evidente: il Pd attuale ragiona sullo schema che c’è, cioè i collegi. Renzi, invece, rievoca il sistema elettorale delle Europee. Ma alle politiche si vota con il Rosatellum, non con il proporzionale. E ve lo immaginate Letta presentarsi alla Direzione nazionale e lì annunciare la rinuncia al 15 per cento portato in dote dai grillini in nome del quasi 5 sommato da Iv e Azione? I suoi, come minimo, lo lincerebbero.

Da Rottamatore a restauratore

E il primo a saperlo è proprio Renzi, tipo troppo sveglio per pensare che in politica i numeri contino meno delle etichette. Ora tocca a lui passare dal “non detto” alla battaglia aperta, mostrando di avere quel coraggio che a suo dire difetta a Conte. Dica chiaramente che ha cambiato idea e che si sbagliava quando auspicava un sistema in grado di far sapere lo stesso giorno delle elezioni chi le avesse vinte e chi perse. E che ora ha nostalgia dei riti e delle liturgie primorepubblicane. Certo, inventarsi restauratore dopo essersi annunciato come rottamatore non è epilogo esaltante. Ma è sempre meglio parlar chiaro che continuare a menare il can per l’aia.

 

 

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