Caporalato, l’ipocrisia buonista sulla “nuova” schiavitù: immigrati accolti e sfruttati

lunedì 13 Dicembre 13:25 - di Mario Bozzi Sentieri

Formalmente la schiavitù non esiste, ricacciata com’è stata negli oscuri meandri della storia, nelle immagini cinematografiche dei colossal d’annata, tra catene avvilenti e punizioni a colpi di frusta. Sotto la coltre rassicurante dei “diritti dell’uomo”, garantiti per tutti, il fenomeno più che scomparire sì è però modificato, adattandosi alle mutate condizioni socio-economiche del nuovo millennio, senza perdere però la sua essenza dominatrice.

Di questo bisogna parlare – senza ipocrisie – di fronte alle indagini della Procura di Foggia,  che hanno  portato alla luce un diffuso sistema di sfruttamento,  messo in piedi dai caporali locali e dai proprietari delle aziende della Capitanata a danno dei numerosi migranti di origine extracomunitaria,  che lavorano nelle campagne della zona. Tra gli indagati – come noto – c’è  anche Rosalba Bisceglia, moglie di Michele Di Bari, prefetto e capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno, socia amministratrice di un‘azienda agricola, che produce olio d’oliva nella penisola del Gargano.

I braccianti venivano costretti a lavorare nei campi di pomodori dalla mattina alla sera alla misera cifra di cinque Euro per ogni cassone riempito. Tutti i  lavoratori erano impiegati senza che avessero a disposizione i dispositivi di protezione e le minime tutele previste dalla legge. Erano costantemente controllati nello svolgimento del lavoro, senza essere  sottoposti alle prescritte visite mediche, mentre venivano trasportati sui campi con mezzi inidonei, “in pessime condizioni d’uso, pericolosi per la circolazione stradale e per la incolumità degli stessi lavoratori”.

Non è la prima volta, né purtroppo sarà l’ultima, che viene scoperchiato il vaso di Pandora delle nuove schiavitù. I dati sono noti. Nel  maggio scorso le commissioni Lavoro e Agricoltura della Camera  dei deputati hanno approvato un documento di 36 pagine,  dopo  tre anni di inchiesta sul “caporalato in agricoltura”, i cui numeri e sostanza non richiedono aggettivi. In Italia ci sono 200mila “vulnerabili” in agricoltura: uomini e donne sottoposti a regimi di semi schiavitù,  non liberi, cioè, di prendere decisioni autonome sul luogo di lavoro. E vessati, fisicamente e psicologicamente, dai loro padroni.  Guadagnano dai 25 ai 30 euro al giorno, per giornate che possono arrivare anche a 12 ore di lavoro consecutive, se si considera il trasporto. Il che significa, per alcuni, due euro all’ora. “Si stima – si legge nel documento – che l’economia sommersa in agricoltura abbia raggiunto il 12,3 per cento dell’economia totale”. Sono numeri enormi (si parla di 24,5 miliardi) che sfuggono a qualsiasi controllo e che delineato un Paese in mano all’illegalità e allo sfruttamento.

Caporalato, problema strutturale

“Quello di Foggia” – ha dichiarato Cesare Fermi, direttore Europa per l’organizzazione Intersos –  “è un problema strutturale. Un problema che osserviamo ogni giorno con il lavoro dei nostri team mobili sociosanitari e che affonda le radici nella negazione di diritti fondamentali: il diritto ad un lavoro dignitoso, il diritto alla salute, il diritto all’abitare, il diritto di cittadinanza. Lasciamo che il lavoro della magistratura segua il suo corso, ma lanciamo un appello a promuovere da subito interventi urgenti perché vengano affrontate le condizioni sociali che sono alla base degli illeciti riscontrati e che hanno trasformato il foggiano in un epicentro di crisi umanitaria. Questa è l’unica strada per produrre un reale cambiamento ed evitare il perpetuarsi di situazioni di esclusione e sfruttamento”.

Baraccopoli nel Terzo Millennio

Ciò che lascia costernati è l’assoluta evidenza di questa realtà. Esistono vere e proprie “baraccopoli”, nella democratica, europea ed “evoluta” Italia del Terzo Millennio, in cui la schiavitù è all’ordine del giorno, senza che ci si senta in dovere d’intervenire sul campo, di smantellare le “basi” di questo sistema, di fare rispettare la legalità, di rompere con un solidarismo peloso che da un lato “giustifica” l’immigrazione quale atto di estrema umanità;  dall’altro abbandona gli immigrati al loro destino, “sottoponendo consapevolmente i lavoratori  – secondo quanto scritto dal gip di Foggia –  alle condizioni di sfruttamento (…)  approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie”. Vale per il foggiano, ma è un fenomeno esteso, con forme diverse, su tutto il territorio nazionale. Interessa il settore agricolo, ma coinvolge l’edilizia, la produzione tessile, la filiera del mobile. E’ la nuova “questione sociale”.

Un maestro della cultura nazional-sociale, Ernesto Massi, già alla fine degli Anni Quaranta del Novecento, così ne fissava i termini: “Potremo ragionare di orientamenti economici quando ci saremo bene intesi sui fini sociali da raggiungere, che sono fini etici: perché il fine di ogni società è il perfezionamento dell’uomo e il bene comune. L’economia invece è la scienza dei mezzi, rispetto all’etica che è la scienza dei fini”. Di questo “finalismo”, di fronte alle nuove, grandi questioni poste dall’immigrazione e dalle nuove schiavitù,  è inderogabile, oggi, farsi carico. E non solo per prenderne coscienza. Occorre finalmente attivare adeguati strumenti di controllo. Occorre che tutti facciano la loro parte, non abbandonando  i “nuovi schiavi” al mercato e all’arricchimento dei caporali del Terzo Millennio , dove a soccombere saranno sempre i più deboli, uccisi da un profitto senza   regole. Chi tace acconsente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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