Campi: il campo largo dei conservatori? Attinge a un sentimento popolare radicato e diffuso

giovedì 16 Dicembre 9:09 - di Redazione
conservatori

Alessandro Campi, in un articolo di fondo sul Messaggero, analizza il richiamo al conservatorismo da parte di Giorgia Meloni nel corso della kermesse natalizia di Atreju. Un’analisi che va al di là, finalmente, della rancorosa ostilità della sinistra inviperita per l’uso del termine “patrioti”.

Giorgia Meloni ha vinto la guerra delle parole

“Dal punto di vista mediatico – scrive Campi – l’operazione voluta dalla Meloni un primo e importante risultato l’ha già ottenuto. Essa è servita per togliersi dalle spalle le diverse etichette populismo, sovranismo, nazionalismo, da intendersi per chi le usa ossessivamente come varianti o mutazioni post-moderne del virus del fascismo”. In pratica con la sua mossa Giorgia Meloni si è imposta come vincitrice nella guerra  delle parole che tanta influenza ha avuto e ha sull’immaginario politico .

Esistono i conservatori in Italia ma non un partito conservatore

“In Italia – prosegue il ragionamento di Campi – nessun partito si è mai definito apertamente conservatore, forse per timore di essere liquidato come retrogrado e anti-storico (anche questa una vittoria della sinistra, un segno della sua egemonia culturale). Lo stesso può dirsi per il mondo intellettuale: nel secondo dopoguerra sono stati davvero pochi quelli che hanno rivendicato un simile marchio e chi lo ha fatto in modo esplicito ad esempio Giuseppe Prezzolini, autore nel 1972 di un fortunato Manifesto dei conservatori era anche convinto che il conservatorismo fosse un’attitudine caratteriale, ovvero un atteggiamento mentale soggettivo, difficile da tradurre in un progetto politico-partitico”.

La società italiana in larga parte è attaccata alle tradizioni

Eppure possiamo definire conservatrice una parte consistente della società italiana. Quella parte che dal voto alla Dc è passata a guardare al centrodestra come bacino nel quale scegliere i propri rappresentanti. Una fetta di società “caratterizzata da un’istintiva avversione ai cambiamenti troppo traumatici, da una sorta di tradizionalismo valoriale e culturale, da una forma di attaccamento alle credenze religiose (al limite del bigottismo) e alle convenzioni e forme sociali ereditate dal passato (a costo di sfociare nel conformismo), da un sentimento politico che oscilla, spesso in modo contraddittorio, tra patriottismo legato al tricolore e orgoglio municipalistico, tra il rispetto dell’autorità costituita e la difesa dei propri interessi dall’invadenza del potere pubblico, tra statalismo e individualismo”. A ciò si deve aggiungere il timore “verso il futuro” a causa di una “globalizzazione economica spesso senza freni”.

Un progetto di governo per egemonizzare il campo largo dei conservatori

Non esiste un partito che dia a questa parte della società un progetto di governo del Paese. “Come esiste il campo largo progressista, che Enrico Letta vorrebbe egemonizzare in concorrenza con i grillini di Conte – conclude Campi – così esiste anche un campo largo moderato-conservatore che la Meloni in competizione aperta con Salvini punta a sua volta ad aggregare e influenzare, avendo come primo banco di prova le prossime elezioni politiche. Si tratta di un orizzonte temporale breve per un’operazione a suo modo ambiziosa, che punta al consolidamento di una destra nazional-conservatrice  quale in Italia non è mai esistita su vasta scala, se si esclude l’esperienza di Alleanza nazionale all’interno della quale la Meloni ha non a caso maturato parte importante del suo percorso politico-istituzionale. La parola c’è, per una volta non scelta dagli altri: conservatori. Aspettiamo la cosa”.

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