Borsellino, il difensore del falso pentito Andriotta: mai consegnato documenti della Procura

mercoledì 15 Dicembre 13:33 - di Paolo Lami

L’avvocato Floriana Maris, ex-legale dell’ex-pentito di mafia Francesco Andriotta, chiamata a deporre da uno dei tre agenti imputati al processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio, dove morì il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta smentisce di aver mai passato al suo assistito alcun documento della Procura.

“Escludo di avere mai consegnato dei documenti o degli atti con degli appunti della dottoressa Annamaria Palma a Francesco Andriotta”, dice l’ex-legale del falso pentito deponendo al processo Borsellino.

Alla sbarra Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso aggravata.

Andriotta è stato condannato di recente a dieci anni di reclusione nell’ambito del processo Borsellino quater.

Per l’accusa Andriotta “è la miccia di tutto, l’inizio di un mostruoso disegno calunniatore“.

L’avvocato Maris, che ha assistito Andriotta solo per un’udienza nel 1995, è stata chiamata dalla difesa dell‘imputato Mario Bo. E ha confermato quanto già detto durante un interrogatorio davanti alla Procura di Messina nel 2019, quando i pm indagavano sui pm Annamaria Palma e Carmelo Petralia, accusati di calunnia in concorso, la cui posizione fu poi archiviata.

“Assolutamente non ricordo, come pare abbia dichiarato Andriotta, che gli avessi consegnato dei documenti con degli appunti posti dalla dottoressa Palma. Noi siamo tra gli studi più stimati di Milano -racconta la legale del falso pentito Andriotta – Per questo ero stata chiamata ad assistere prima il collaboratore Antonino Giuffrè. Visto che volevano un difensore con la bocca sigillata con ben presente le norme deontologiche. Io sono stata incaricata per questo dalla difesa, per cui mai e poi mai potevo accettare di fare il passacarte della procura”.

Poi l’avvocato Floriana Maris racconta come aveva conosciuto l’ex-pentito Andriotta: “Feci conoscenza del collaboratore di giustizia perché fu condannato per un omicidio a sfondo sessuale – dice – Ero diventata cassazionista da poco e mi chiamò la moglie di Andriotta per chiedermi di assistere il marito. Il ricorso in Cassazione era stato fatto da altro legale, io intervenni alla fine. Ma l’ergastolo venne confermato”.

Mi chiamò la dottoressa Palma per chiedermi se potevo assisterlo, perché viene sentito nel processo Borsellino – dice ancora rispondendo alle domande del pm Maurizio Bonaccorso in controesame – Eravamo a Rebibbia con i detenuti nelle gabbie urlanti, Andriotta venne letteralmente assalito non solo dagli imputati nelle gabbie ma anche dai loro difensori, perché il suo esame non si svolse sui fatti di causa ma sulle sue abitudini sessuali, omosessuali, un’udienza terribile senza nessuna civiltà. E Andriotta ebbe anche una crisi di nervi”: “Gli insulti peggiori arrivavano dalla gabbia, il clima era questo”.

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