La letteratura di sinistra è svaporata: è funzionale solo alla sua dissoluzione: analisi di un sessantennio

giovedì 18 Novembre 8:08 - di Antonio Saccà
sinistra

Negli anni Sessanta la cultura di sinistra dominava in Europa e nel mondo dell’Unione Sovietica, quest’ultima osannata per  la vittoria sul nazismo, tuttavia cominciava a declinare il mito di Stalin, si moltiplicavano le rivolte nei paesi sottomessi : Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, con gli Stati Uniti erano accese incandescenze, l’economia dei paesi  comunisti decadeva e anche quella comunista cinese che oltretutto rivaleggiava con il comunismo sovietico dopo  la defezioni della Jugoslavia e le ambivalenze della Romania. Eppure la cultura era radicalmente in pugno alla sinistra forse più per la presenza delle case editrici, degli intellettuali che per una reale consistenza di questa presenza, anche se l’ipotesi di un proletariato che avrebbe salvato i valori umani  aveva presa, come dirò.

Dominavano in Italia, in Europa ed oltre, Alberto Moravia e Jean Paul Sartre, questi nomi, e ne potrei dare altri, erano di sinistra in  misura differenziata: assai impegnato, perfino estremista Jean Paul Sartre; cauto, critico Alberto Moravia. Fu Moravia, nel 1963, che pubblicò il mio primo lungo scritto, Saggio sulla letteratura italiana attuale. Ebbe un effetto enorme, la rivista, Nuovi Argomenti, era letta  mondialmente. Io, giovanissimo, cercavo per la prima volta di precisare i vari orientamenti ideologici ed estetici  degli scrittori italiani da Luigi Pirandello al Neosperimentalismo, a Moravia, Piovene, Pratolini, Pasolini, Morante, Calvino, Vittorini, per dare qualche nome. Con una impostazione fondamentalmente favorevole al realismo progressista, ma con sensibilità verso  gli autori pessimisti. O che non facevano ideologia sostitutiva della espressività, il maleficio di quell’epoca come a dire: se sono di sinistra, valgo.

Moralismo e marxismo

Sicchè giudicavo in malo modo Vittorini, l’evanesente Calvino, mentre rilevavo la capacità narrativa del tortuoso Piovene e di Moravia, scrittore sistematico e concettuale. Ne venne un putiferio: tutta la narrativa di sinistra  la consideravo velleitaria, priva di determinazione, confusa nelle aspettative, moralista, equivoca tra morale cristiana e morale marxista, senza cognizione dell’effettivo mondo contadino e meno ancora di quello proletario. Un putiferio.

La sinistra lettararia non ha prodotto lasciti durevoli

A sessanta  anni di distanza è incredibile come personaggi allora presentissimi sono quasi del tutto o del tutto svaniti, non soltanto per la catastrofe che annienta oggi tutta la cultura, ma perché non ha offerto, quella letteratura, un lascito espressivo che regga ancora. Lo sperimentalismo è nullo, il neorealismo ha migliore sorte nel cinema che in letteratura. Sopravvive l’orientamento scettico di un Tomasi di Lampedusa, di Morselli. Moravia è imprescindibile:  Agostino, Inverno di malato sono la più sistematica rappresentazione della crisi di crescenza e delle morbosità erotiche infantili e adolescenziali;  mentre Gli Indifferenti resta come visione di una media borghesia senza ideali.

Per altro, poco o nulla, se mai vale più un naufrago solitario come Morselli, dicevo. Vi sono ragioni di questa sparizione della letteratura di sinistra. Essa non era né legata al proletariato, né vincolata ai contadini, né  negatrice della borghesia: non suscita più discussione, non ha, ripeto, lasciti problematici. Regge chi si identifica in una concezione evidenziata fortemente: poniamo chi avesse creduto che il proletariato avrebbe salvato l’umanità dalla catastrofe sociale. Un’illusione? Sia, ma è una suggestiva concezione.

La borghesia diede i suoi maggiori risultati letterari quando espresse la capacità dell’uomo imprenditore di vincere ogni ostacolo. Ne vennero opere come Robinson Crusoe, il Faust. Invece non  vi è un solo personaggio significativo, memorabile, prospettico in tutta la narrativa di sinistra. Al proletariato si credeva e non si credeva. Alla rivoluzione si credeva e non si credeva. E tutto ciò almeno fosse stato espresso in drammatica perplessità (tentò Moravia con un personaggio ne La Ciociara,  ma non approfondì l’intuizione opportunissima). C’è dell’altro. Nel tempo la sinistra si è disancorata “filosoficamente” dal proletariato.

Sclerotizzati sull’antifascismo

Della sinistra come era ai miei tempi non viene uno spiffero. L’idea di un proletario che assume la guida della società per un diverso sistema produttivo ed un’altra etica non tiene la minima traccia. Oggi, la sinistra non ha più una base sociale nel proletariato, che ha dato per sconfitto e non alternativo. Per cercare consenso si affida ai nuovi marginali: immigrati, transessuali e  alla memoria sclerotizzata dell’antifascismo. Sui drammatici temi della ipermodernità, robotica, automazione, degenerazione alimentare; distruzione del localismo, annientamento delle sovranità, globalizzazione delle multinazionali; frantumazione del proletariato non ha voce, non esiste. Ormai si è integrata nel sistema, crede che globalizzazione, multinazionali, transgenico alimentare e sessuale, immigrazione a fiumane siano inevitabili, quindi progressiste.

Fosse del tutto funzionale al sistema, la sinistra, farebbe almeno funzionare il sistema. Ma il bisogno di includere i marginali, spalandosi ai migranti, ai transgenici, alla negazione della identità considerata antioglobale, antimoderna, rischiano, questi atteggiamenti, di rendere il sistema funzionale alla propria dissoluzione; di ritrovarci un uomo, una natura, una società né maschio né donna, né bianco né giallo, né carne né pesce. Un colabrodo sinistro, credendolo di sinistra.

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