Gomorra e il fascino del crimine, Saviano si difende : «Nessuno è diventato camorrista per la serie tv»

15 Nov 2021 18:29 - di Redazione

Non è facile scrollarsi di dosso anni di polemiche sul rischio autogol nella narrazione di Gomorra, la serie tv su Sky tratta dal romanzo di Roberto Saviano. A cui lo scrittore napoletano deve l’inizio della sua popolarità. Il fascino pericoloso del crimine. “Emulazioni? Nessuno è diventato camorrista dopo aver visto Gomorra, come nessuno si è fatto prete dopo aver visto ‘Don Matteo”, taglia corto il predicatore anti-camorra intervenendo al teatro Brancaccio di Roma per la presentazione della stagione finale della serie. Sullo sfondo le accuse sulla pericolosità morale di Gomorra. Per il modo, quasi la complicità con cui viene raccontata la criminalità organizzata. C’è chi ha criticato l’eccessiva umanizzazione dei boss o chi, magistrati in testa, ha denunciato una rappresentazione folcloristica della camorra. Su tutti spicca l’amara lettura di don Manganiello, per sedici anni parroco a Scampia, per il quale Gomorra rischia di far apparire eroi i criminali.” Non raffigura il Bene che lotta contro il Male, c’è solo il Male reso un modello.  Saviano illude i ragazzi, mentre a loro servono soluzioni e soldi”.

Saviano: “A Gomorra non c’è solo il male”

“A Gomorra esiste solo il male? Tutt’altro!”, spiega Saviano difendendosi dall’accusa di aver generato ‘suo malgrado’ una seduzione verso il crimine protagonista assoluto del suo romanzo. “È  proprio quel buio, sono proprio quelle ombre, che premettono di intravedere la luce del bene. Ma è determinante che non ci sia un eroe positivo”. Il crimine non è più raccontato come grandioso, attraente ma come desolante. La narrazione è buia, tetra, senza speranza proprio perché Saviano rifiuta l’appiglio valoriale ed etico. Una scelta ideologica di cui si fa vanto. “È determinante descrivere il male a prescindere dal bene – insiste – il meccanismo consiste proprio nel non dare al telespettatore un ‘cibo già masticato…”.

Lo scrittore si difende: nessun rischio emulazione

Per lo scrittore i suoi protagonisti sono già sconfitti e loro stessi lo sanno, “la loro potenza rivela e riconosce al tempo stesso la loro impotenza a farcela”. Ma nel grande affresco di Gomorra la fascinazione del male esiste. E la prospettiva è quella del criminale, del camorrista.  Tanto che, come ammette Saviano, persino la “la presenza dello Stato è articolata esattamente dal punto di vista criminale, non da quello del cittadino-telespettatore. Insomma allo spettatore viene detto: “Ecco il tuo Paese, ecco il tuo mondo nel tuo tempo’, che non può ridursi a un simbolo o a un gesto. Solo vedendo quel mondo criminale e raccontandolo, lo si può smontare, dando uno strumento per capire quel male“.

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