Regeni, il pm: in 13 punti la prova che gli 007 egiziani si sono sottratti al processo

giovedì 14 Ottobre 20:59 - di Redazione

“Ci sono almeno 13 elementi che dal 2016 a oggi, se messi insieme, fanno emergere che gli agenti si sono volontariamente sottratti al processo” per l’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso in Egitto dagli 007 locali, secondo il procuratore aggiunto romano Sergio Colaiocco. Che, infatti, chiede ai giudici della Terza Corte d’Assise di Roma di dare il via al processo anche in assenza degli imputati.

”E’ in atti anche un corposo dossier – ricorda Colaiocco che raccoglie articoli di stampa, online, televisivi che hanno dato notizia del procedimento sulla morte di Giulio Regeni. Notizia che ha avuto eco in tutto il mondo“.

Secondo il procuratore aggiunto di Roma “siamo in presenza di un’azione complessiva: sistematicamente dal febbraio 2016 i quattro imputati e alcuni loro colleghi hanno posto in atto azioni finalizzate a bloccare e rallentare le indagini ed evitare che il processo in Italia avesse luogo. Da parte loro per cinque anni c’è stata una volontaria sottrazione“.

I giudici della Terza Corte d’Assise di Roma si sono ritirati in Camera di Consiglio nel primo pomeriggio per decidere se dare il via al processo anche in assenza in aula dei quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni.

I difensori degli imputati avevano chiesto la nullità del decreto che dispone il giudizio e della notifica e sospensione del procedimento.

A processo, ma assenti dall’aula ci sono il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif per il reato di sequestro di persona pluriaggravato, e nei confronti di quest’ultimo i pm contestano anche il concorso in lesioni personali aggravate e il concorso in omicidio aggravato.

“Questo non è il processo contro i quattro imputati ma è un processo contro l’Egitto“, ha contestato l’avvocato Tranquillino Sarno, legale d’ufficio del colonnello Athar Kamel. “Purtroppo questo processo senza l’Egitto non si può fare”, ha aggiunto.

“Dopo cinque anni di faticosa battaglia non vogliamo un processo a tutti i costi ma un processo che sia regolare”, aveva detto l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni insieme all’avvocato Francesco Romeo, intervenendo in aula prima che i giudici della Terza Corte d’Assise di Roma si ritirassero in Camera di Consiglio.

“Siamo qui per proteggere la verita’”, ha sottolineato il legale.

“Ci sono stati depistaggi continui clamorosi messi in atto dalla National Security e dagli imputati stessi sin da subito: il depistaggio sul movente sessuale, quello dell’incidente stradale, indicare Giulio come sospetto, il film andato in onda sui media egiziani per i quali i genitori hanno presentato una querela in Procura a Roma, altri depistaggi – ha spiegato la Ballerini – con testimonianze false, e infine quello più sanguinario con l’omicidio di cinque persone non colpevoli per la morte di Giulio“.

A Giulio “sono stati frantumati i denti, rotte le ossa, incise lettere sul corpo, la madre lo riconoscerà dalla punta del naso. Gli è stata inflitta la tortura: Giulio non muore di torture ma per la torsione del collo. Giulio muore perché qualcuno decide che doveva morire. In questi anni abbiamo subito pressioni e i nostri consulenti in Egitto sono stati arrestati e torturati“.

 

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