La tangente da 50mila euro rifiutata: onore ai Meloni boys e al portone chiuso del Governatore

domenica 10 Ottobre 19:16 - di Carmelo Briguglio
tangente rifiutata

Accade in Sicilia. Accade che un assessore regionale – il titolare del Turismo Manlio Messina – il suo capo staff – politico anche lui, Raoul Russo – rifiutino una tangente di 50 mila euro per sovvenzionare un evento e denuncino tutto ai Carabinieri e all’Autorità Giudiziaria. Denaro – suggeriva l’autore della dazione fallita – da destinare a loro o al partito. Accade nel governo guidato da Nello Musumeci.

Al di là degli sviluppi delle indagini, è un fatto importante. Innanzitutto perché episodi così sono rari. Non c’è solo il rifiuto della bustarella, ma anche la denuncia. È un esempio positivo, rispetto alla marea di scandali ed episodi di segno opposto a cui ci siamo abituati, quasi assuefatti. È l’uomo che morde il cane, insegnato dai manuali di comunicazione. Quasi “incredibile”. E invece è vero. Accade con due “ex ragazzi”, in posti di responsabilità che vengono da una formazione politica, da un’etica pubblica maturata nella destra italiana, oggi militanti e dirigenti nel partito di Giorgia Meloni.

Va detto alto e forte, a onore loro, del loro partito in questi giorni sotto attacco per ben altro: le solite e ricorrenti accuse di “fascismo” orchestrate in campagna elettorale secondo un copione polveroso che non convince nessuno. Questa è invece una bella prova di rigore morale e di un fare davvero ciò in cui si crede, che dà forza ed energia a chi fa politica e sta nelle istituzioni con “disciplina e onore”, come ci dice la nostra Costituzione. Un comandamento etico, che a destra è vissuto come religione laica, ma che vale per chiunque, oltre le appartenenze, è impegnato in politica al servizio della comunità.

E servizio equivale  innanzitutto a onestà come primo pre-requisito di chi svolge un mandato popolare e gestisce il denaro di tutti. È davvero di conforto a chi ci crede, nonostante tutto. Sul piano politico, questo fatto assume due particolari significati. Il primo è una risposta e una smentita, allo stesso tempo. Una delle critiche che vengono sparate addosso a Giorgia Meloni è che il suo partito non abbia una classe dirigente. Quanto avviene a Palermo, in Regione, dimostra l’esatto contrario. Messina e Russo sono due “politici” di FdI – chiamateli pure Meloni-boys – che si sono dimostrati all’altezza del proprio ruolo pubblico. E questo va riconosciuto a loro e al partito in cui militano, che non è un gruppo di improvvisati o nostalgici.

C’è in Fratelli d’Italia un ceto politico, con cultura di governo e politicamente adeguato. Questo il primo punto che ci fa leggere questa storia. Il secondo è che questo succede nel e col governo guidato da Nello Musumeci. Non è un caso. Il portone di Palazzo d’Orleans è chiuso da quattro anni a mafiosi e faccendieri. E a lobby affaristiche che prima entravano, uscivano e “combinavano” come a casa propria. “Governare le istituzioni con trasparenza è la precondizione per garantire sviluppo alla nostra Isola e rassicurare quanti vedono nella Sicilia una possibile meta di investimenti. Lo impone anche il sistema di valori con cui più generazioni sono state educate alla buona politica”, ha detto il Governatore. Il fatto che commentiamo conferma che non sono solo parole. Onore e valori si inverano. In Sicilia, questi quattro anni non sono trascorsi invano.

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