Giulietti (Fnsi) difende a spada tratta Fanpage: i nostri legali sono a disposizione. Ma ce n’era bisogno?

sabato 9 Ottobre 18:21 - di Giulia Melodia
Inchiesta Fanpage Giulietti

Alla sinistra quasi non sembra vero: poter guidare la caccia alle streghe inaugurata con l’inchiesta di Fanpage e ergersi sul pulpito che fu di Torquemada per bollare gli eretici e puntare l’indice in modo da poter servire sermoni su storia e Costituzione. Agitando il solito spauracchio di un minaccioso ritorno al passato. Per i compagni militanti – e i loro guru salottieri – il rischio del “fascismo di ritorno” è sempre dietro l’angolo. Talmente vivido e incombente, a loro detta, da indurli a vedere la pagliuzza negli occhi degli altri. Ignorando però la trave che offusca la loro vista. E così, tra chi teme rigurgiti «paranazisti». E chi si limita a denunciare almeno un certo «disagio» all’analisi dei video proposti a Piazzapulita dall’indignato degli indignati: Corrado Formigli, ora è il turno del presidente della Fnsi Beppe Giulietti di farsi avanti. E lo fa via social. Con un tweet a sostegno della testata online napoletana che solidaristicamente recita: «Se dovesse servire i legali della Federazione Nazionale della Stampa sono già pronti ad essere “parte civile, anzi civilissima” accanto alla redazione di Fanpage». La domanda sorge spontanea: ma da chi deve difendersi Fanpage, se è il giornale sul web l’aggressore a spada tratta?

Inchiesta Fanpage, Giulietti in campo con la Fnsi

Già, perché fino a prova contraria, è stata Fanpage a sferrare l’offensiva mediatica contro ignari soggetti. Ripresi di nascosto da un infiltrato sotto copertura. E che ha rivelato il suo bluff a due giorni dall’appuntamento con le urne. Una partita truccata, ordita a danno di un intero mondo politico. Cannibalizzato e costretto a replicare e a difendersi. E ora criminalizzato perché agli attacchi mossi dalla controversa inchiesta di Fanpage – che è all’esame della magistratura per quello che riguarda i suoi esiti – prova a dare risposte. A chiarire dubbi e posizioni. Insomma, per dirla chiaramente: la Federazione Nazionale della Stampa dovrebbe essere un organo di tutela e difesa dei giornalisti. Ma qui i soggetti attaccati non sono gli “agenti provocatori di Fanpage”. Né la testata. Dunque? Come e perché la Fnsi dovrebbe scendere in campo a salvaguardia e protezione di cronisti che, non solo non sono stati attaccati. Ma a cui addirittura una parte significativa del mondo politico e mediatico plaude per “l’impresa” compiuta?

Ma nessuno attaccato i giornalisti di Fanpage che la Fnsi vorrebbe difendere

Un'”impresa” discutibile, peraltro, che ha rinfocolato le polemiche e le perplessità nate già all’epoca della “Spazzacorrotti” due anni fa e che le modalità dell’inchiesta giornalistica hanno riacutizzato proprio sfoderando l’arma a doppio taglio dell’infiltrato. O meglio, dell'”agente provocatore” che, per definizione e ruolo, assolve appunto al compito di creare artificialmente le condizioni per un reato che, magari, in assenza della “provocazione”, non si sarebbe nemmeno commesso. E allora, non solo l’inchiesta Fanpage sferra il colpo sotto la cintura, ma ora sembra stia inducendo addirittura a processare chi prova a difendersi dai colpi… Ma in questo tribunale a parti rovesciate, perché mai le vittime sarebbero i giornalisti della testata e non chi, tirato da loro in ballo, prova a rispondere alle accuse? Il diritto di replica esiste. Quanto il diritto di cronaca. E quello nessuno lo ha contestato a Fanpage: né chiedendo il filmato nella sua interezza: come ha legittimamente fatto Giorgia Meloni. Né domandanosi chi abbia finanziato e commissionato il presunto scoop di Fanpage, come ha fatto Roberto Castelli. In sostanza, quindi, chi dovrebbe difendere la Fnsi?

 

 

 

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