Bruno Lauzi, un artista che si fece beffa del conformismo di sinistra a costo dell’emarginazione

mercoledì 27 Ottobre 14:55 - di Massimo Pedroni
Bruno Lauzi

Bruno Lauzi, un artista che si fece beffa del conformismo di sinistra

“Per trent’anni ho pagato la malizia di qualche presunto avversario politico. Oggi pago l’insipienza di chi è al governo. Il potere non è mai dalla parte degli artisti: lo spiegai a suo tempo anche a Indro Montanelli, che si chiedeva perché tutti i cantautori fossero di sinistra. Gli ricordai che la borghesia scontava pregiudizi vecchi di secoli nei confronti di chi fa il nostro mestiere”. Con queste parole Bruno Lauzi, descriveva il suo destino, causato dalle sue scelte. Era nato ad Asmara classe 1937, e ci ha salutati il 24 ottobre del 2006.

Il suo estro naturale e vivacissimo, lo condusse sin da quando era molto giovane a interessarsi di musica. In questa passione, trovò territori d’interesse e stimolo comune, con il suo compagno di banco al liceo. Questo ragazzo rispondeva al nome di Luigi Tenco. Musicalmente è universalmente riconosciuto come uno dei fondatori della così detta scuola genovese dei cantautori, tra i quali figuravano Gino Paoli, Fabrizio De André, Sergio Endrigo e lo stesso Luigi Tenco. Autore di canzoni memorabili la cui interpretazione era stata affidata a voci femminili del calibro di Mia Martini “Almeno tu nell’universo” “Piccolo uomo”. Per Ornella Vanoni “L‘appuntamento” e “Ritornerai”.

La sua formazione musicale è ricca e articolata. Spazia dall’interesse per il jazz e per il blues, genere quest’ultimo espressamente citato nel suo “Garibaldi blues”. La sua versatilità artistica, lo portava a effettuare modalità espressive, dal sapore della curiosa innovazione. Pensiamo alle due canzoni in dialetto genovese “A Bertoela” e “O frigideiro”.Data la somiglianza per alcuni versi, con il dialetto genovese con il portoghese, arricchì le sue due composizioni con sonorità brasiliane.

Era un personaggio diretto, schietto e generoso. Caratteristiche, che ebbe modo di confermare quando si trovò a dover affrontare la situazione di malato di Parkinson. Affrontò la situazione con coraggio. A viso aperto. Rese pubblicamente nota la sua condizione. Si fece paladino delle esigenze, degli ammalati come lui, facendosi promotore di raccolte fondi. In una simile circostanza, la sua vena ironica sfociò nella scrittura del libro Mr. Parkinson.

Artisticamente era molto severo con sé stesso e con gli altri. Negli anni “70 fu autore, con Mogol, di alcune canzoni di grande successo di Lucio Battisti quali Amore caro Amore bello, E penso a te e altre ancora. Ma la collaborazione fra questi tre alfieri della ottima musica leggera italiana s’incrino fino a spezzarsi, poiché Lauzi non condivideva l’impostazione che voleva dare Mogol a certi testi che a lui sembravano essere troppo commerciali. Questo è un altro fatto, che parla di un uomo determinato e d’animo cristallino, che segue a oltranza le proprie convinzioni.

Aspetti caratteriali, che emergevano nelle situazioni più disparate e oggettivamente spinose che gli si presentavano. Celebre è rimasta una sua non partecipazione a una Festa dell’Unità. Ricevette l’invito a esibirsi a una di quelle Feste. Il cantautore rispose all’organizzazione, che la sua presenza sarebbe stata possibile solo se prima del concerto avessero trattato pubblicamente la questione dei dissidenti internati nei Gulag sovietici. Risulta quasi superfluo dire che a quel punto non se ne fece nulla. Comportamenti questi, che specialmente negli anni “70, potevano costare non poco, in termini di emarginazione. Ma Lauzi, sembrava essere un nuotatore di grande capacità, in queste vere e proprie sfide controcorrente.

D’altronde l’impegno politico era sempre stata un’altra grande passione. Alcuni lo ricordano come assiduo frequentatore della sede del Partito Liberale Italiano di Varese di Via Bernascone. Si dice che il cantautore amasse stare semisdraiato, con la chitarra in mano, su uno scassatissimo divano della presidenza. Accennava, qualche accordo e strofa di quelle che diventeranno bellissime canzoni dal sapore struggente. Pare che proprio tra quelle mura sotto l’occhio attento del Presidente, compose “Il poeta” una delle sue canzoni più significative. L’incarico di Presidente per la zona di Varese era stato assunto, all’epoca,dallo scrittore Piero Chiara, un altro personaggio sul quale i conformisti di stretta osservanza, hanno fatto calare faziosamente la scure dell’oblio. Per un periodo il giovane Lauzi fece il correttore di bozze delle opere del “cantore” delle gesta degli avventori del “Caffè Clerici”. Noto ritrovo della città. La sensibilità artistica del compositore di Asmara, fu anche catturata per un periodo dai grandi chansonnier di lingua francese: Jaques Brel, Charles Aznavour, Georges Brassens. La sua formazione era quindi molto composita. Aperta ad arricchirsi, come abbiamo visto anche a contributi di energie musicali distanti tra loro. Delle quali Lauzi, riusciva a fare sintesi e trovare punti di armonico equilibrio.

Lauzi, non si risparmiava. Era sempre pronto a cimentarsi con nuovi orizzonti espressivi. La sua vena ironica e brillante, striata da nonsense e gusto dell’assurdo, ebbero modo di dispiegarsi con le sue partecipazioni a spettacoli di cabaret. Le prime delle quali si tennero al Derby di Milano. Consolidò, questo orientamento artistico, dando il suo prezioso contributo su testi per canzoni con Enzo Jannacci, Lino Toffolo, e la coppia formata da Cochi e Renato. Di successo in successo, compose anche delle canzoni per bambini: La tartaruga e Johnnie il bassotto.Da ottimo autore di canzoni per bambini, non si risparmiava di certo dal fare delle birichinate nei confronti dei suoi colleghi.

Come quando a un’edizione del Premio Tenco, presentò “Io canterò politico”, canzone nella quale sbeffeggiava  i comportamenti contraddittori e incoerenti dei cantautori di sinistra. Coltivava con dedizione e cura, la sua non piccola serra di avversari. Artista vero, puro. Al quale, l’incoerenza, stava stretta. Indigeribile.

 

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