Trattativa Stato-mafia, fatto a pezzi il teorema Ingroia ma lui non ci sta: “I colletti bianchi…”

venerdì 24 Settembre 11:20 - di Paolo Lami

I giudici hanno fatto a pezzi il suo teorema ma Antonino Ingroia, inventore della ipotesi giudiziaria sulla cosiddetta “trattativa Stato-mafia”, pur amareggiato per lo schiaffo rimediato, non ci sta. E insiste cercando il cavillo a cui aggrapparsi disperatamente.

Dice al Fatto Quotidiano che, ovviamente, gli tiene bordone con il suo giustizialismo a prova di cannonate, di non essere “sorpreso” di come sono andate le cose “perché c’era stata già l’assoluzione dell’ex-ministro Calogero Mannino. Ci poteva stare quindi una riforma parziale della sentenza ma, nella mia previsione, non mi aspettavo che venissero assolti tutti i colletti bianchi“.

Lì chiama propri così, “colletti bianchi”. Come se una sentenza di assoluzione non bastasse a togliere l’infame etichetta appiccicata addosso ai suoi ex-imputati.

Un marchio d’infamia che, evidentemente, nella sua concezione della giustizia, chiunque è assolto, magari pure al terzo grado, è costretto a portare a vita, come un tatuaggio fatto male o una brutta cicatrice, uno sbrego  sulla guancia: “colletti bianchi”.

“È una sentenza double face, che conferma la sostanza dell’impianto accusatorio della Procura di Palermo – prova a sostenere Ingroia – perché nel momento in cui condanna i mafiosi, riconosce che la minaccia c’è stata”.

“La condanna di Antonino Cinà è cruciale, perché è l’uomo del ‘Papello‘ – rispolvera Ingroia tentando di resuscitare il suo teorema asfaltato dai giudici. – Ieri è arrivata la conferma che il ‘Papello’ c’è stato ed è anche arrivato a destinazione al governo”.

”Dopo di che, gli ufficiali dell’Arma dei carabinieri, sono stati assolti perché il fatto non costituisce reato. Quindi – ragiona Ingroia con un complicato giro di cerchiobottismo per far stare insieme la sentenza di ieri e il suo teorema – non sarebbero stati consapevolmente e intenzionalmente portatori di una minaccia dei mafiosi. Sarebbero stati portatori dei messaggi che provenivano dalla mafia, e presumo, ma questo lo leggeremo nelle motivazioni della sentenza, lo avrebbero fatto perché davvero ritenevano ed erano convinti che bisognava ‘trattare’ perché lo Stato non poteva tenere la linea di intransigenza“.

Bagarella è stato condannato per tentata minaccia, mentre Dell’Utri è stato assolto con formula piena. Evidentemente – inizia a sospettare Ingroia – significa che non venne portata nessuna minaccia a Berlusconi e al suo governo”.

Per continuare a leggere l'articolo sostienici oppure accedi