Svizzera, al referendum sui matrimoni gay il 64% di sì. Il fronte del no: «Presto parleranno di utero in affitto»

lunedì 27 Settembre 11:07 - di Agnese Russo
matrimoni gay

Sì ai matrimoni e adozioni gay, no a una tassazione più forte sui grandi capitali per alleggerire quella sui salari. È stato questo l’esito dei due referendum che si sono svolti in Svizzera. Il primo quesito sul «Matrimonio per tutti» è passato il 64% dei sì, il secondo su «Sgravare i salari, tassare equamente il capitale» è stato respinto dalla maggioranza dei cantoni, anche se con percentuali diverse.

Il referendum in Svizzera su matrimoni e adozioni gay

Alla consultazione sui matrimoni gay ha partecipato il 51,92% degli aventi diritto. Con l’approvazione del testo, le coppie omosessuali che hanno optato per l’unione domestica registrata potranno convertirla in matrimonio. Sarà possibile l’adozione di figli e le lesbiche potranno accedere alla banca dello sperma. Donazioni anonime di sperma e ovuli, così l’utero in affitto, rimarranno invece vietati. La nuova norma permetterà anche la naturalizzazione facilitata.

L’appello del comitato per il no contro l’utero in affitto

I promotori del referendum, che ora il partito gay vorrebbe promuovere anche in Italia, ne hanno salutato l’esito come «un’importante pietra militare della storia dei diritti in Svizzera», sostenendo che ora i diritti dei bambini diventeranno maggiori, grazie ad una certezza giuridica sin dalla loro nascita. I contrari al nuovo indirizzo, però, avvertono che ieri è stato un «giorno nero» per il benessere dei minori. «Ora i bambini non avranno più il diritto di crescere con un padre e una madre», ha avvertito la consigliera nazionale del comitato per il no Monika Rüegger, intervistata dall’agenzia Keystone-Ats. Rüegger, quindi, ha chiarito di temere che questo sia solo un primo passo e che presto si comincerà a parlare di madri surrogate o donazioni di ovuli, una sorta di «moderna prostituzione». In questo senso la deputata ha fatto appello ai partiti di centro e di sinistra, che durante recenti dibattiti hanno affermato di non volere al momento ulteriori liberalizzazioni.

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