Pomicino: «Cara Giorgia, il centro non finirà». Ma la Meloni accusava gli inciucisti, non i centristi

martedì 7 Settembre 11:42 - di Lando Chiarini
Pomicino

Un gioco di prestigio, ben condotto e ottimamente congegnato, ma pur sempre un gioco di prestigio. Non troviamo altre parole per definire la parte politica dell’intervista resa a Libero da Paolo Cirino Pomicino. Ad innestare la (pacata) reazione dell’ex-ministro dc, una dichiarazione di Giorgia Melonicentro significa disponibilità all’inciucio»), in cui ha intravisto una critica alla cultura del popolarismo italiano. Da qui la sua replica volta a “riabilitare” il centro come «sinonimo di cultura politica non inquinata dall’ideologia», che «si basa su valori precisi e accompagna la società, non inseguendola». E qui sta il gioco di prestigio: definire centro tutto quel è cultura di governo. In realtà, le parole della leader di FdI non erano riferite al centro in quanto topos politico, bensì ad un certo modo assemblearista di intenderlo e che finisce per ridurlo a mera rendita di posizione e quindi di potere. È innegabile che chi fa così, più che al centro, ambisca a stare (sempre) in mezzo, spesso fregandosene della cultura del popolarismo.

La leader di FdI contro il trasformismo

Coglie invece nel segno Pomicino quando denuncia i limiti della «grande balla del bipolarismo» e la «degenerazione di questi 30 anni». Ma la sua critica non è poi così distante da quella della Meloni quando bolla come «inciucio» la corsa verso l’accordo al ribasso (la ricerca del compromesso in politico è virtù) in base all’antico adagio del Francia o Spagna purché che se magna. Questo centro perennemente in vendita – ora a destra, ora a sinistra – non è visione né cultura: è trasformismo. Altra cosa era la Democrazia Cristiana, cui l’ex-ministro fa riferimento e di cui loda la «cultura dello Stato» (vero, ma fino a un certo punto). Quella esperienza è tuttavia irripetibile poiché indissolubilmente intrecciata al contesto internazionale della Guerra Fredda. Non è un caso che la Prima Repubblica, di cui la Dc era centro politico e perno istituzionale, sia finita poco dopo il crollo del Muro di Berlino. Simul stabant, simul cadent: stavano insieme, cadranno insieme. E così è stato.

Quel che Pomicino non dice

Pomicino sa troppo bene che quella esperienza assecondava uno “stato di necessità” imposto da un altro bipolarismo, quello feroce e internazionale tra Est ed Ovest. La Dc raccoglieva in gran parte voti anticomunisti, spesso sacrificandoli sull’altare della realpolitik imposta, in quel caso, dalla presenza sul nostro territorio del più grande e più culturalmente attrezzato partito comunista del mondo libero. Oggi molti ricordano quella lunga era politica come contrassegnata da continue fibrillazioni. Tutto vero. I famosi 50 governi (o giù di lì) in 50 anni non sono un’invenzione dei giornali. Pomicino ne converrà senz’altro. ma è altrettanto vero che, in compenso, il sistema era talmente stabile da essere percepito addirittura come immutabile. Del resto, le formule politiche – centrismo, centrosinistra, solidarietà nazionale, pentapartito – che partorivano i governi duravano molto. Era però un sistema a democrazia bloccata: al Pci era interdetto governare per ragioni di schieramento internazionale, al Msi altrettanto ma per ragioni storiche.

L’esperienza della Dc non è replicabile

In poche parole la Dc era “condannata” a governare fin quanto lo esigesse il bipolarismo Est-Ovest. A rendere più certa tale condanna contribuivano anche il mito dell’unità politica dei cattolici e la pressoché infinita disponibilità della spesa pubblica. La Dc è stata anche questo, forse soprattutto questo. Prova ne sia che ne serbiamo il ricordo più come metodologia di governo che come cultura politica, sebbene sia la seconda a dare forma alla prima. Ma lo prova anche la scomposizione subita nel momento in cui il crollo del Muro ha fatto venir meno la minaccia sovietica e, con essa, lo stato di necessità che la condannava a governare. I dc anticomunisti e cattolico-liberali sono andati a destra, quelli cattolico-democratici a sinistra. Insomma, se il bipolarismo – come sostiene Pomicino – si è rivelato una «balla», la Dc è stata una bolla. Ma tutti e due solo fino a un certo punto.

 

 

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