Perché conviene all’Italia accogliere i profughi afghani senza erigere muri ideologici

venerdì 10 Settembre 17:58 - di Enrico Sbriglia
profughi afghani

Dal modo con il quale, già dai prossimi giorni, e nei mesi che verranno, affronteremo come Italia, e anche come UE, le problematiche complesse, afferenti la drammatica questione dei fuggiaschi dall’Afghanistan, potremo cominciare a descrivere quelli che potranno essere gli scenari futuri e le ricadute da noi e nella stessa Europa.

Se, infatti, in ragione di un calcolo davvero utilitaristico, e non appiattito all’oggi, decidessimo di accogliere gli afghani siano fuggiti dal proprio paese, con tutte le necessarie ma veloci cautele e con le relative e approfondite istruttorie, che non possono essere esclusivamente di tipo meramente burocratico e di polizia in senso stretto, ma che invece devono vedere la partecipazione di professionisti nelle molteplici discipline di controllo e analisi del sociale (psicologi, criminologi, sociologi, esperti di ONG), faremmo una cosa intelligente.

Potremmo, infatti, dialogare con quei gruppi organizzati di dissenso al regime talebano che ineluttabilmente prenderanno vita ovunque si andranno ad insediare i fuggitivi, però indirizzandoli verso i modelli ordinamentali che malamente definiamo “occidentali”, ma che, in verità, sono la risulta, nel tempo, di costanti e irrefrenabili processi storici di progresso e modernità che appartengono all’umanità, risultando riduttivo, e francamente risibile, ritenere che invece essi siano esclusivi della pur composita realtà geo-politica occidentale e, quindi, inibiti ad altri popoli di questo Mondo interconnesso.

Le immagini, per ora ancora visibili sui mass-media, in particolare da Fausto Biloslavo, di donne giovani e meno giovani che protestano per le strade di alcune città afgane ne sono la perfetta icona, e sono scene che ci schiaffeggiano moralmente per il fatto di avere abbandonato quella meglio gioventù ad una moderna barbarie.

Tra l’altro, occorrerebbe riflettere, egoisticamente, che le prime ondate di profughi saranno certamente rappresentative di quella crème di Afghanistan emancipato, tendenzialmente laico e/o comunque rispettoso dei diritti dell’uomo e della piena libertà che va concessa al genere femminile, se non anche di quanti abbiano intrapreso iniziative imprenditoriali, scientifiche, culturali compatibili con l’idea di organizzazione statuale e sociale presente in Europa e in tutte quelle realtà e architetture istituzionali scevre da visioni e modelli teocratici e illiberali.

“Allenare” e favorire la formazione politica dei fuggitivi afghani verso tipologie di governo che tengano conto delle diversità culturali, di lingua, di storia, di abitudini e di sensibilità religiosa, potrebbe consentire di favorire, in un futuro che potrebbe essere molto più vicino di quello che pensiamo, la dotazione, in un rinato Afghanistan, di nuove classi di governo che certamente non sottovaluteranno l’importanza del rispetto delle differenze, soprattutto allorquando risulterà di tutta evidenza come quella realtà mediorientale imponga il formarsi di una architettura di tipo federalista.

Al contrario, illudersi che le questioni possano risolversi nell’immediato, ora e per sempre, con scelte di arroccamento in una fortezza “Italia”, che inevitabilmente comincerà a presentare criticità e falle di tenuta, significherà semplicemente differire nel tempo, e certamente a nostro svantaggio pure economico, le conseguenze di una condizione internazionale critica, difficile, impegnativa, pericolosa, ma proprio per questo assolutamente afferente gli interessi geopolitici e sociali di un grande Paese come è l’Italia.

Non ci sono più, infatti, gli antichi e rassicuranti confini ed i muri, pure quando si facciano, a conti fatti risulteranno, di fronte alle imponenti ondate migratorie per guerre, per fame endemica, e a motivo delle dittature e persecuzioni presenti in tante realtà del Mondo, solo un ridicolo palliativo: la globalizzazione, oggi, se ne frega delle vecchie cartine geopolitiche.

Quindi coraggio, e mostriamo che gli italiani sanno essere cittadini e forza politica trainante e non subalterna nel mondo. Sarà questo anche un modo per onorare i nostri caduti e quanti, uomini e donne in divisa, portano addosso i segni di una disfatta immeritata.

 

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