Foibe, Barbero cambia versione: a manipolare la storia non è più il «neofascismo», ma «lo Stato»

6 Set 2021 8:48 - di Lando Chiarini
barbero

Anche lo storico, come l’assassino in un giallo, torna a volte sul luogo del “delitto”. Soprattutto quando – è il caso di Alessandro Barbero – il piccolo cabotaggio ammantato di indignazione ideologica lo istiga a spacciare lucciole per lanterne. Capita poi che sentendosi braccato tenti il depistaggio dispensando aggiustamenti che non aggiustano e precisazioni che non precisano. Come l’articolo di ieri sulla Stampa sulle foibe, scritto da Barbero con il comprensibile obiettivo di recuperare il profilo dello studioso dopo che la precedente intervista al Fatto Quotidiano lo aveva ridotto a zelante neofita della propaganda negazionista di Tomaso Montanari, il futuro rettore dell’Università per gli Stranieri di Siena. Missione fallita. Del resto, il capitombolo è assicurato per chi al rigore scientifico di dati, documenti, fonti e testimonianze preferisce le scivolose pareti dell’opinabile del suggestivo.

Barbero: «Non mi piace l’organizzazione del ricordo»

Infatti Barbero riconosce che a) le foibe «sono un fatto», b) il numero degli infoibati è «spaventoso», c) «è bene che la tragedia sia ricordata» perché «vicenda unica». E allora dov’è che per lui casca l’asino? Semplice: non gli garba «il modo in cui lo Stato italiano di oggi s’è incaricato di organizzarne il ricordo». Capito? Ce l’ha con lo «Stato italiano». Nientedimeno E noi che leggendolo sul Fatto ci eravamo convinti che volesse avallare il Montanari-pensiero (si fa per dire) sulla Giornata del Ricordo come «tentativo neofascista di falsificare la storia». Prevenuti noi o furbastro lui? Probabilmente più la seconda, dal momento che nella versione sulla Stampa è scomparso il neofascismo ed è apparso lo Stato. Un gioco di prestigio, per giunta avvolto nel mistero. Già, perché Barbero si guarda bene dal farci capire che cos’è che non gli garba della «organizzazione del ricordo». Anzi, vi sorvola allegramente.

Una critica a Mattarella?

Forse – azzardiamo – non gli è piaciuto vedere Mattarella mano nella mano con il presidente sloveno Borut Pahor davanti alla foiba di Basovizza? Eppure è un eloquente segno di distensione tra due nazioni che forse senza l’istituzione della celebrazione del 10 Febbraio non ci sarebbe mai stato. O forse non gli è sceso giù che lo stesso Mattarella abbia parlato di «pulizia etnica» in riferimento ai massacri e all’esodo delle genti istro-giuliano-dalmate? Ma se non è d’accordo, ne può contestare la fondatezza sul piano storico. In realtà non è nulla di tutto questo. La colpa – come ha efficace scritto sul Foglio Maurizio Crippa – è tutta nel «fiasco di Barbero» dell’intervista al Fatto. Lì lo storico di YouTube si è ubriacato di ideologia per poi cercare sostegno nella Stampa, come gli ubriachi si appoggiano ai lampioni per non cadere. Ma gli è andata male.

Bella Ciao e Resistenza: un falso storico

Ps: a proposito di memoria manipolata, l’articolo di Barbero si apre con un omaggio a Bella Ciao, presentata come una canzone che «racconta di un italiano che una mattina si sveglia e trova il paese invaso dallo straniero, e decide di andare a combattere contro l’invasore». Falso. Bella Ciao non ha nulla a che fare con i partigiani. A dar retta al Corriere della Sera, fa il suo ingresso tra i canti della Resistenza solo tra gli anni ’50 e 60 dell’altro secolo. Singolare che uno storico ne parli senza accennarvi.          

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