Draghi si becca gli applausi ma il suo governo è tutt’altro che saldo, lo salva solo il semestre bianco

lunedì 27 Settembre 11:22 - di Mario Bozzi Sentieri

“Il potere – diceva Giulio Andreotti  – logora chi non ce l’ha”. A patto – ci sia permesso di allargare il concetto –  di esercitarlo,  questo potere. Il riferimento più immediato va al Presidente del Consiglio, Mario Draghi, intorno al quale è stata creata un’aura di “rispettabilità” e di consenso inusuale per il nostro Paese. Draghi non ha un suo partito politico, né sembra intenzionato a crearne uno. Il suo curriculum da tecnocrate pare essere una corazza inattaccabile. La “terzietà” è la sua forza, anche se – alla lunga – rischia di essere un elemento di debolezza, tra l’incalzare delle scadenze (a cominciare dal cronoprogramma del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e le richieste delle forze sociali.

Ma Draghi con chi sta veramente?

Fuor di retorica, con chi sta Draghi ? E a quali valori di fondo fa riferimento ?  All’Assemblea di Confindustria il Presidente del Consiglio ha parlato di equità, pace sociale e crescita duratura: parole passepartout  che dicono tutto e niente se non sono vengono sostenute da chiari riferimenti programmatici. Stesso discorso per l’appello all’unità e al “patto per l’Italia”. Anche qui qualche domanda è lecita: Draghi come intende arrivarci ? Con quali contenuti di fondo ? Con quali scelte di metodo ? L’impressione è che dietro l’accomodante signorilità e gli applausi confindustriali, Draghi manchi di una vera visione riformatrice.

Il pragmatismo è un’arma a doppio taglio

Il Presidente del Consiglio passa per essere un “pragmatico”. Il  “pragmatismo” è però un’arma a doppio taglio e tutt’altro che “neutra”: da un lato perché nasconde  spesso interessi di parte abilmente camuffati,  dall’altro perché  le  risposte “day bay day”, contingenti, emergenziali, appaiono inadeguate a costruire prospettive di lunga durata.

Che fine ha fatto la riforma del sistema fiscale?

E’ facile dire – come ha fatto Draghi di fronte agli industriali – che le tasse non aumenteranno, più complicato avviare una seria riforma del sistema fiscale, magari con una particolare attenzione al tema del reddito familiare. E’ auspicabile avviare la transizione ecologica, nel frattempo però bisognerebbe mettere a punto gli interventi per evitare i rincari delle bollette energetiche. Di fronte alle crisi industriali, determinate dalle delocalizzazioni, gli interventi tampone sono utili, ma sarebbe urgente  attivarsi per impedire i comportamenti opportunistici delle aziende che prendono i soldi pubblici e poi trasferiscono le loro attività all’estero. E’ lungo l’elenco delle sfide che Draghi deve affrontare. Nel contempo sono incombenti le riforme necessarie per ricevere i fondi europei: su 51 obiettivi al momento ne sono stati centrati solo 13. Un po’ pochi per arrivare all’appuntamento con la dovuta chiarezza d’intenti e attraverso l’auspicata condivisione sociale delle scelte.

Draghi deve fare i conti con le turbolenze dei partiti

Gli applausi confindustriali non sono – da questo punto di vista – sufficienti. Ci vuole metodo e una strategia tecnico-politica  di lungo periodo, in grado di cavalcare l’onda della fuoriuscita dalla crisi economica e produttiva, consapevoli però che la ripresa attuale è un “rimbalzo” rispetto ai numeri del 2020 e che è sulle riforme “di struttura” che occorre impegnarsi e lavorare.

La credibilità di Draghi, passata la luna di miele dei primi sei mesi, deve fare i conti con questo clima, ivi comprese le “turbolenze” dei partiti, che  sostengono l’attuale governo, e le prossime scadenze politiche (a cominciare dall’elezione del Presidente della Repubblica).

Il confronto con le anime del Pd

Sul versante dei partiti  il confronto principale è con le tante anime del Pd: da quella centrista, draghiana ad oltranza (a mezzo servizio tra M5S e le aperture verso Renzi e Calenda) all’ala sinistra (di Orlando e Provenzano) pronta a costruire più organici rapporti con Conte, Bersani e Speranza.

Il super Mario dei vertici internazionali e delle risorse da spendere appare insomma  tutt’ altro che saldo sul ponte di comando della Nave Italia. Per ora a salvarlo è il “semestre bianco”. Ma subito dopo, a meno che non  finisca al Quirinale, dovrà dimostrare di sapere volare senza restare impantanato nella politica politicante dei partiti che oggi lo sorreggono, drago senza ali – come il Lindworm della mitologia nordica – portatore di sventure e – sarà un caso –  di  pestilenze.

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