L’assurda priorità di Speranza ora è il suicidio assistito: e accelera per aiutare i malati a morire

13 Ago 2021 16:57 - di Bianca Conte
Speranza suicidio assistito

La nuova priorità di Speranza: rispolverare il suicidio assistito. Il ministro, ancora una volta è fuori tempo e fuori luogo. In un momento come questo di pandemia ancora in corso e di battaglie infuocate su misure e provvedimenti atti a contenerne gli effetti mai sopiti, senza distruggere ogni possibilità di ripresa economica e sociale, Speranza punta a rispolverare il dibattito sul fine vita. Senza considerare che in questo modi si getta nel tritacarne delle polemiche, perennemente in funzione, un tema delicato e ideologicamente irrisolto, il ministro della Salute risponde all’appello di un malato di 43 anni. Rilancia l’urgenza della legge chiesta dalla Consulta. Ma apre un nuovo fronte al governo per dare indicazioni alle Asl…

La nuova priorità di Speranza: rispolverare il suicidio assistito

Porta il suo nome, ma il primo a rinnegarne valore etico e significato cristiano è proprio lui: il ministro della Salute Roberto Speranza. Un controsenso vivente, quello che incarna il titolare del dicastero della Salute, che invece di sostenere la rincorsa della salvezza della guarigione e ribadire la forza della vita fino all’ultimo respiro, si dice convinto che le Asl debbano garantire il suicidio assistito, in base a una legge che però ancora non esiste. Delegittimando dibattito etico e politico. Parlamento e opinione pubblica. E azzerando il concetto di speranza. Speranza, un ministro che in termini di elettori rappresenta neanche l’1% scarso dei votanti, chiede espressamente ai medici dell’Asl di applicare una sentenza-quadro.

Speranza e suicidio assistito, si appella alla Consulta perché una legge non esiste

Bypassando per l’appunto il Parlamento, in virtù della sentenza numero 242 del 2019 della Corte costituzionale e asserendo: «In assenza di una regolazione legislativa più generale della materia, la Consulta ha stabilito che una persona, qualora ricorrano i quattro requisiti sopra riportati (paziente affetto da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche reputate da lui intollerabili. Pienamente capace di decisioni libere e consapevoli. Tenuto in vita da trattamenti di sostegno, ndr) e che il comitato etico competente deve verificare, ha diritto di chiedere a una struttura pubblica del servizio sanitario l’assistenza al suicidio medicalmente assistito». Una chiara esortazione, insomma, quella del ministro, rivolta alle Asl allo scopo di garantire la fine e azzerare qualunque anelito alla speranza. Con buona pace di elettori, deputati, senatori.

Il caso nato (e cavalcato) dall’appello di un uomo scritto a “La Stampa”

Un’iniziativa, quella del titolare del dicastero della Salute, sostenuta in una lettera pubblicata su La Stampa e indirizzata a un uomo di 43 anni che nei giorni scorsi aveva scritto il suo appello, sullo stesso giornale. «Caro Mario – scrive Speranza – desidero esprimerle il mio profondo rispetto per la dignità con la quale sta affrontando la sua dolorosa condizione e sta cercando di ottenere una risposta dal sistema sanitario pubblico, nel pieno rispetto delle norme vigenti nell’ordinamento giuridico italiano». Mario, nome di fantasia, da 10 anni, vive paralizzato e allettato a causa di una lesione del midollo spinale conseguente a un incidente.

Una spallata al governo e agli italiani che credono nella vita fino all’ultimo respiro

E così, con la richiesta di applicare la sentenza della Consulta, Speranza da un lato ammicca sotterraneamente alla  «manina» giudiziaria. Dall’altro sferra una spallata al governo, costringendolo a una prova di forza che in questo momento non può certo permettersi. E tutto asservendo il caso umano di un uomo che vuole morire, a una risposta istituzionale. E relegando nell’oblio del silenzio o del non ascolto, la voce di milioni di italiani che vorrebbero continuare a vivere dignitosamente. Credendo nella speranza e, magari, sperando nella vita fino all’ultimo minuto.

Speranza e suicidio assistito, una priorità fuori luogo e fuori tempo

Tutto rigorosamente declinato alla bisogna. Perché, insiste Speranza, facendo leva proprio sui punti deboli del suo ragionamento, una legge non esiste. E sul fatto che, «l’attesa e l’auspicio di una legge non possono perciò esimere tutti, quali che siano le diverse legittime posizioni su un tema così delicato. Dal prendere atto che la sentenza della Consulta non può essere ignorata. È un tema che riguarda le aziende sanitarie e ospedaliere locali. Le Regioni, titolari della responsabilità della loro gestione e organizzazione. E il Governo, chiamato a garantire l’uniformità della garanzia di diritti costituzionali su tutto il territorio nazionale», si legge nella lettera.

Ma davvero ce n’era bisogno?

Dunque, ci chiediamo: davvero c’era bisogno, in questo momento di crisi sanitaria. Caos sociale e dramma economico, di allestire un nuovo fronte ideologico, scoprendo il fianco politico? Forse davvero, come rileva polemicamente e argutamente La Verità in un’ampia riflessione intestata al tema, «viziato dall’uso comodo e spropositato dei Dpcm durante la pandemia, il ministro più rosso dimentica che in democrazia la guardia non è mai stanca». E che non basta dire: «Scrivo una lettera, decido e ordino che si faccia. Ceralacca, penna d’oca e carta intestata: Granducato di Topolinia. Non funziona così». Già ministro, non funziona così. O almeno non dovrebbe funzionare così...

 

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