Dalla risata di Kamala Harris al pianto di Biden: in due immagini, il fallimento degli Usa in Afghanistan

sabato 28 Agosto 19:25 - di Hoara Borselli

Per un Presidente che piange c’è la sua vice che ride.
Il tema comune è la crisi afghana e i protagonisti dei colossali errori comunicativi sono Biden e Kamala, l’amministrazione americana nel suo complesso. Dobbiamo riavvolgere il nastro e tornare all’8 Luglio 2021 quando il Presidente Dem degli Stati Uniti dal suo leggio, diventato iconico, tuonava con fermezza queste parole: “L’Afghanistan non è il Vietnam. In nessuna circostanza vedrete mai persone che vengono prelevate dal tetto di un’ambasciata americana in Afghanistan”.
Un messaggio chiaro che in alcun modo si sarebbe potuto interpretare diversamente da quello che era l’unico senso possibile, ovvero che l’America non si sarebbe piegata ad alcuna disfatta.
La prima potenza mondiale avrebbe avuto fino alla fine il comando delle proprie scelte e nessuno avrebbe deciso per loro.
Messaggio di fiducia in cui Biden voleva rivendicare la forza americana.
A distanza di un solo mese, il 16 agosto, Biden ha con fare surreale giustificato il ritiro, dichiarando che l’obiettivo del conflitto afghano non fosse quello del nation building: un’affermazione smentita dai fatti e gravemente offensiva nei confronti degli alleati europei.
Una scelta a detta del presidente dem per mettere in sicurezza i soldati americani presenti a Kabul. Una messa in sicurezza che è stata drammaticamente sconfessata
Il Biden sicuro e osannato dal suo inizio mandato che avrebbe dato nuova linfa all’America sta pagando ogni parola e gesto che cerchi di chiarire e dare una spiegazione su una situazione e un’uscita di scena gestita malissimo.
Le due facce della stessa medaglia di un teatro dell’assurdo purtroppo vero sono la risata senza senso della vice Kamalah Harris che il agosto appena atterrata a Singapore, è stata accolta dalla stampa locale ma la sua reazione alla domanda sull’Afghanistan ha stupito tutti. Sgomento e disagio per la sua risata ilare mostrando una distonia totale con ciò che stava accadendo a Kabul. A distanza di qualche giorno è arrivato invece il pianto di Biden dopo l’attentato Kamikaze il punto più debole dell’amministrazione americana. È apparso un uomo debole, provato, pallido con la voce rotta dal pianto. Quel discorso ha mostrato in maniera esemplificativa l’immagine della disfatta americana, la figura del leader che appare affaticato e piangente sono lo specchio della Caporetto americana.
Nei momenti di crisi di una nazione la figura del presidente e di ciò che trasmette diventa fondamentale, non serve l’empatia o la bonarietà ma il pieno controllo e la padronanza delle parole che si stanno dicendo, perché quella forza muscolare arrivi a rassicurare i cittadini.
Si pensi ad esempio al passato dove presidenti americani mostrarono una linea differente: da Bush che non versò una lacrima quando parlò alla nazione l’11 settembre dopo le Torri Gemelle, a Trump che reagì inflessibile agli attacchi contro l’ambasciata americana di Baghdad avvenuti alla fine del 2019, fino a Reagan che pur provato, parlò con energia e convincimento subito dopo l’attentato di Beirut del 1983.

Dopo la vittoria di Biden alla Casa Bianca i commenti dei sostenitori del presidente americano nostrani dicevano ‘adesso tornano gli adulti alla casa Bianca’, Gentiloni affermava ‘mi abbraccio da solo perché ha vinto Biden’ e ora commenta ‘finale disastroso’ fino a Renzi che oggi dichiara «Un errore storico. Rispetto ma non condivido la posizione di Biden» dimostrano la totale inversione di tendenza di un presidente che in poco tempo ha minato la sua credibilità comunicativa anche a livello mondiale
La leadership richiede fermezza: vigore, rassicurazione verso le proprie persone e avvertimento serio verso i nemici
Una risolutezza e imperturbabilità che non appartiene a Biden, quella fragilità appare ogni volta a favore di telecamera ed è un prezzo altissimo che l’America sta pagando.

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