Simonetta Matone contro le femministe: viva i tacchi, i gonnelloni a fiori mi fanno orrore

sabato 3 Luglio 8:52 - di Francesco Severini

Simonetta Matone, candidato prosindaco a Roma per il centrodestra, non poteva scegliere programma migliore, quello di Rai3 Le Ragazze,  per silurare tutti i luoghi comuni dell’estetica femminista: look alla Carola Rackete, ostilità ai tacchi, diffidenza verso i corteggiamenti, considerazione della bellezza come una sorta di “peccato”, e infine cura del proprio corpo e del proprio aspetto valutate come un’imperdonabile leggerezza.

Matone: io ero oltre il femminismo

Il femminismo e Simonetta Matone non hanno mai incrociato i loro destini. Fin dagli anni Settanta lei riteneva le suffragette delle esaltate da cui tenersi alla larga. «Io ero oltre il femminismo. Mio padre mi ha educato come se fossi un maschio. Questo è stato un limite, ma anche una potenzialità. Nella mia famiglia non ho mai subito discriminazioni, in quanto tutte le donne lavoravano». E ancora:  «Non ho mai sfilato o manifestato né mi sono adeguata al look femminista». Si vestiva senza seguire la moda della trasandatezza imposta: «I gonnelloni a fiori mi hanno sempre fatto profondamente orrore».

Matone fa l’elogio dei tacchi: aiutano, come aiuta la frivolezza

Come se non bastasse, la Matone si spinge a fare l’elogio dei tacchi, strumento di seduzione che a suo avviso non incoraggia l’oppressione patriarcale. «In una donna», avverte, «i tacchi sono importanti, le ballerine non hanno mai aiutato nessuno. Sono tutte fregnacce quando dicono “è bello essere rasoterra”. Il tacco aiuta sempre, come aiuta la frivolezza».

“Diffido delle donne in carriera sciatte e brutte”

Matone confuta infine anche la tesi di Simone De Beauvoir secondo la quale una donna che si fa bella lo fa per sottomissione nei confronti dei maschi cui deve risultare gradita. «Diffido delle donne in carriera brutte, sciatte, che non si curano – dice Matone – Non si vogliono bene. La donna che non si cura ed è sciatta induce un’immediata diffidenza». E infine anche il catcalling non è un’offesa alla dignità.  «Il complimento più bello – continua – me lo fece un operaio sceso da un’impalcatura: “Sei più bbona de sta pizza che me sto a magnà”. Io, anziché indignarmi, gli dissi “Grazie”».

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